Al bar dello sport 4.0

Tag: Racconti

Tilde e Madelaine

by Il Barista on Nov.05, 2008, under Racconti da Bar

Partirono. Come nei film, nei romanzi, come volevano entrambe. Quindici anni prima non erano al mondo, quindici anni non erano molti, appena un passo lontani dall’Ultima Guerra.

Portavano bagagli sottili, salendo sulla monorotaia spinsero un ultimo urlo oltre il limite dell’infinto inverno di Night. Trovarono posto senza fatica; nessun altro sulla banchina né nel piccolo vagone bianco, appena distinguibile nel paesaggio innevato.

La scelta non era stata difficile. La malattia le aveva toccate solo lievemente. Spirali contorte, sempre diverse, erano comparse sui volti, sulle mani, sul petto, su tutto il corpo dei loro genitori e degli altri adulti della cittadina. La vergogna del segno costringeva tutti nelle case, i suicidi chiudevano sempre più spesso pentagrammi disperati. E l’apparato produttivo, immobile da tempo, lasciava presagire prossime ulteriori difficoltà negli approvvigionamenti.

Alla comparsa della prima spirale l’aveva baciata. Madelaine l’aveva scoperta, discreta, piccola sul lobo morbido dell’orecchio destro; non si era estesa, lasciando che lo spavento divenisse un ricordo delle labbra di Tilde. Tilde la sua unica spirale l’aveva invece sul dorso della mano sinistra, scura e dal raggio ampio; la copriva sempre con un guanto ma, mentre la monorotaia acquisiva la velocità necessaria al decollo, ne percorse il segno con l’indice, dall’esterno vero l’interno.

Madelaine era silenziosa, il padre e la madre rinchiusi in due stanze da mesi, sarebbero morti di fame senza le sue cure. Tilde le spiava il respiro affannoso, senza far nulla, apprezzandone il colore. Il denaro necessario al biglietto era un lascito dei suoi genitori: avevano scelto di immergersi nel lago comunale, nuda effigie nel ghiaccio al calare del sole mediocre di quelle latitudini. Tilde li aveva guardati a lungo, abbracciati e confusi, pur immobili; le avevano spiegato che così si fanno i bambini. Dalla comparsa del morbo le gravidanze s’erano interrotte al sesto mese, condannando Night a una silenziosa scomparsa nel tempo.

Tilde e Madelaine partivano con la speranza di avere un figlio, avrebbero cercato due uomini e contrattato per poter mantenere almeno uno dei feti in vita artificialmente. Madelaine, sta’ tranquilla, lavorerò sodo, pensò Tilde. L’infinito inverno di Night si spense mentre lo spazio le porgeva, placidamente nera, la libertà del futuro.


Dedicato a Logu, Chiara,  Anna~.

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Io ho fede

by Il Barista on Ott.31, 2008, under Racconti da Bar

La mia vita non è una brutta vita.
La mia vita funziona come funziona l’elettricità: accesa, spenta, dispersa, calda, fredda.
Spaventa essere al mondo. Ci si ritrova tra miliardi di altri dispersi, una rivoluzione costante e inevitabile cui ci si abitua. Ogni persona una rivoluzione, solo l’illusione di una conservazione, neanche apparente. Ogni persona una rivoluzione. Le possibilità di essere e essere altro non si riducono alle conseguenze di una scelta: le rivoluzioni quotidiane sovvertono continuamente le posizioni dello sguardo, enormemente, quanto basta perchè non sia percepibile. Eppure la traduzione dell’insieme si ispira a una coerenza, produce il senso di una continuità nell’identità. La conservazione mente. E funziona. Come l’elettricità, continua. Sognare malattie da cui guarire o non guarire, senza timore. Avere la pistola in bocca e poter premere il grilletto, lasciarlo premere, chiedere di premere il grilletto, spostare la pistola in un’altra bocca. La conservazione mente. Se in qualsiasi momento del giorno la scelta fosse definitiva, qualsiasi momento rivelerebbe la sua rivoluzione. Quante variabili incidenti sono ammutolite dalla successione degli attimi e l’organismo ricava la sua energia perfettamente. Perfettamente da questo amore.
La mente, il pensiero, l’anima, io. Termini, limiti, prossimità a un’identificazione linguistica capace di potere. Un chiodo perfettamente infisso senza rumori apparenti nel muro è un chiodo perfettamente infisso, non nega la sua pressione, la sua penetrazione. La resistenza che impongo alla quiescenza nel mio conoscermi è la serena devastazione di un postulato normale: quando posso esaurire la mia valutazione è allora che devo temere la mia risoluzione. Avere una malattia e non saperlo, puntare una pistola contro se stessi e non saperlo, o sapere entrambe le cose e avere la precisa coscienza di poter guarire, di non voler sparare o essere colpito a morte. La scelta, questa, della fede, della mia fede. Nelle aperture e nelle chiusure ho fede, nelle oscillazioni del piacere, nella suntuosa prossimità alle microparticelle che compongono e mobilitano un flusso di sferzante libertà d’andare. Io ho fede in un unico dio perchè un unico dio è l’unica opposizione possibile a un unico niente. E la meravigliosa minaccia del tendere mi fa un arco deciso e l’obiettivo è scagliare una freccia che ricordi ogni punto della sua traiettoria nel successivo, fino all’impatto, irriducibile a colpire il silenzio del relativo.
La mia vita non è una brutta vita, è collegata all’elettricità. Se solo mancasse la sua promessa una lacerazione devasterebbe il mio cranio e il boato saprei riconoscerlo, ne ho la certezza.

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Snooze: Pieces of a man

by Il Barista on Ott.08, 2008, under Racconti da Bar

Here I am, after so many years
Hounded by hatred and trapped by fear
I’m in a box, I’ve got no place to go
If I follow my mind, I know I’ll slaughter my own.

1900, 1908, 1916, 1924, 1932, 1940, 1948, 1956, 2004.
Ogni otto minuti, mordo la coda del sonno.
Sogni intermittenti a intervalli regolari. Mi sembrano sinceri.
Credo di aver capito qualcosa, mi sbaglio, forse no, è sera su questo non ci sono dubbi.
Faccio la solita doccia evitando di guardarmi, torno nudo sul letto anonimo della mia camera, una 331 qualsiasi. Un leone ripetuto sulla diagonale della coperta. So dove sono e che ore sono, un buon inizio. Televisione, freddo, ronzii. E’ l’aria.
Per ricominciare a bere adesso mi servono ancora due, tre cose: i vestiti, il bar, una sedia.
Provvedo.

-Versami un Barboun, se puoi usare un bicchiere da cocktail mi fai un favore.-
Odio i clichè, ma bevo solo whiskey. Il barista si vendica della mia richiesta offrendomi un cono dalla profondità infinita, verde. Accetto con ironia, ci mancherebbe.
23. Dunque cosa ho capito.
Ho capito intanto che non si vedono in giro donne. E questo è difficile non notarlo. Ho capito anche che se avessi la metà dei miei anni non sarei stato arruolato e non sarei tornato qui, trovando la mia città deserta, sotto una cupola: non sono solito cedere ai rimpianti, tanto meno per la mia stupida giovinezza, non è mia abitudine ed evidentemente non ho torto. Rimpiango magari qualche bella fanciulla con la metà dei miei anni: vedere e non toccare ovvio, non solo ricordare. Il whiskey scende troppo velocemente sulle pareti del basilico, mi brucia la lingua.
-Scusa capo. Ma per avere compagnia, verso che ora..-. Chiedo con ingenuità impropria.
Il barista è più giovane di me, ma non di molto. Contiene un cranio enorme dentro un paio d’occhiali robusti d’osso, per sua fortuna. In un certo senso la sua risposta mi sorprende. Troppo tardi, qualche tardona arriva prima di cena e poi va via verso le nove.-Evidentemente non è così- gli dico; perchè è appena entrato nel locale il mio clichè di donna.
Senza fatica, l’aspetto al banco. Eccola, non può ignorarmi. Deve ordinare qualcosa, non c’è servizio al tavolo, e io sono qui tra lei e il barista. Nessun movimento nel locale, qualcuno dorme sul suo bicchiere, evidentemente meno scomodo del mio. Dalle pareti il funky, maldosato, cola a riempire gli innumerevoli posti vuoti, inscenando una festa poco credibile.
-Ciao…-. La semplicità è il mio forte. Aiutata da un odore irresistibile.
Sorride, che altro potrebbe fare. Le metto una mano intorno alla vita, una bella ragazza, finalmente.

2308. Fare lo sciocco in un locale con mia figlia, bellissima mia figlia, anche lei scomparsa nell’Ultima guerra. Fare lo sciocco con lei in un locale. Devo parlarle e capire. Ancora qualcos’altro, ancora un altro po’. Non mi alzo, cambio solo posizione e mi concentro, spero di ritrovare quel bar. Incontro spesso mia figlia lì; sto lentamente dimenticando sua madre. Nel viso della mia piccola rivedo solo la posizione incauta dei suoi zigomi, ma sempre più sbiaditi, levigati. L’ho potuta vedere una volta, mia moglie, per otto minuti. L’ho riconosciuta con difficoltà, non abbiamo parlato: smagrita, correva su una piattaforma meccanica alimentando un enorme giradischi al lamento di Gill Scott Heron.
Sogni intermittenti a intervalli regolari. Credo siano sinceri.

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