Al bar dello sport 4.0

Tag: Raalp

Io ho fede

by Il Barista on Ott.31, 2008, under Racconti da Bar

La mia vita non è una brutta vita.
La mia vita funziona come funziona l’elettricità: accesa, spenta, dispersa, calda, fredda.
Spaventa essere al mondo. Ci si ritrova tra miliardi di altri dispersi, una rivoluzione costante e inevitabile cui ci si abitua. Ogni persona una rivoluzione, solo l’illusione di una conservazione, neanche apparente. Ogni persona una rivoluzione. Le possibilità di essere e essere altro non si riducono alle conseguenze di una scelta: le rivoluzioni quotidiane sovvertono continuamente le posizioni dello sguardo, enormemente, quanto basta perchè non sia percepibile. Eppure la traduzione dell’insieme si ispira a una coerenza, produce il senso di una continuità nell’identità. La conservazione mente. E funziona. Come l’elettricità, continua. Sognare malattie da cui guarire o non guarire, senza timore. Avere la pistola in bocca e poter premere il grilletto, lasciarlo premere, chiedere di premere il grilletto, spostare la pistola in un’altra bocca. La conservazione mente. Se in qualsiasi momento del giorno la scelta fosse definitiva, qualsiasi momento rivelerebbe la sua rivoluzione. Quante variabili incidenti sono ammutolite dalla successione degli attimi e l’organismo ricava la sua energia perfettamente. Perfettamente da questo amore.
La mente, il pensiero, l’anima, io. Termini, limiti, prossimità a un’identificazione linguistica capace di potere. Un chiodo perfettamente infisso senza rumori apparenti nel muro è un chiodo perfettamente infisso, non nega la sua pressione, la sua penetrazione. La resistenza che impongo alla quiescenza nel mio conoscermi è la serena devastazione di un postulato normale: quando posso esaurire la mia valutazione è allora che devo temere la mia risoluzione. Avere una malattia e non saperlo, puntare una pistola contro se stessi e non saperlo, o sapere entrambe le cose e avere la precisa coscienza di poter guarire, di non voler sparare o essere colpito a morte. La scelta, questa, della fede, della mia fede. Nelle aperture e nelle chiusure ho fede, nelle oscillazioni del piacere, nella suntuosa prossimità alle microparticelle che compongono e mobilitano un flusso di sferzante libertà d’andare. Io ho fede in un unico dio perchè un unico dio è l’unica opposizione possibile a un unico niente. E la meravigliosa minaccia del tendere mi fa un arco deciso e l’obiettivo è scagliare una freccia che ricordi ogni punto della sua traiettoria nel successivo, fino all’impatto, irriducibile a colpire il silenzio del relativo.
La mia vita non è una brutta vita, è collegata all’elettricità. Se solo mancasse la sua promessa una lacerazione devasterebbe il mio cranio e il boato saprei riconoscerlo, ne ho la certezza.

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Snooze: Pieces of a man

by Il Barista on Ott.08, 2008, under Racconti da Bar

Here I am, after so many years
Hounded by hatred and trapped by fear
I’m in a box, I’ve got no place to go
If I follow my mind, I know I’ll slaughter my own.

1900, 1908, 1916, 1924, 1932, 1940, 1948, 1956, 2004.
Ogni otto minuti, mordo la coda del sonno.
Sogni intermittenti a intervalli regolari. Mi sembrano sinceri.
Credo di aver capito qualcosa, mi sbaglio, forse no, è sera su questo non ci sono dubbi.
Faccio la solita doccia evitando di guardarmi, torno nudo sul letto anonimo della mia camera, una 331 qualsiasi. Un leone ripetuto sulla diagonale della coperta. So dove sono e che ore sono, un buon inizio. Televisione, freddo, ronzii. E’ l’aria.
Per ricominciare a bere adesso mi servono ancora due, tre cose: i vestiti, il bar, una sedia.
Provvedo.

-Versami un Barboun, se puoi usare un bicchiere da cocktail mi fai un favore.-
Odio i clichè, ma bevo solo whiskey. Il barista si vendica della mia richiesta offrendomi un cono dalla profondità infinita, verde. Accetto con ironia, ci mancherebbe.
23. Dunque cosa ho capito.
Ho capito intanto che non si vedono in giro donne. E questo è difficile non notarlo. Ho capito anche che se avessi la metà dei miei anni non sarei stato arruolato e non sarei tornato qui, trovando la mia città deserta, sotto una cupola: non sono solito cedere ai rimpianti, tanto meno per la mia stupida giovinezza, non è mia abitudine ed evidentemente non ho torto. Rimpiango magari qualche bella fanciulla con la metà dei miei anni: vedere e non toccare ovvio, non solo ricordare. Il whiskey scende troppo velocemente sulle pareti del basilico, mi brucia la lingua.
-Scusa capo. Ma per avere compagnia, verso che ora..-. Chiedo con ingenuità impropria.
Il barista è più giovane di me, ma non di molto. Contiene un cranio enorme dentro un paio d’occhiali robusti d’osso, per sua fortuna. In un certo senso la sua risposta mi sorprende. Troppo tardi, qualche tardona arriva prima di cena e poi va via verso le nove.-Evidentemente non è così- gli dico; perchè è appena entrato nel locale il mio clichè di donna.
Senza fatica, l’aspetto al banco. Eccola, non può ignorarmi. Deve ordinare qualcosa, non c’è servizio al tavolo, e io sono qui tra lei e il barista. Nessun movimento nel locale, qualcuno dorme sul suo bicchiere, evidentemente meno scomodo del mio. Dalle pareti il funky, maldosato, cola a riempire gli innumerevoli posti vuoti, inscenando una festa poco credibile.
-Ciao…-. La semplicità è il mio forte. Aiutata da un odore irresistibile.
Sorride, che altro potrebbe fare. Le metto una mano intorno alla vita, una bella ragazza, finalmente.

2308. Fare lo sciocco in un locale con mia figlia, bellissima mia figlia, anche lei scomparsa nell’Ultima guerra. Fare lo sciocco con lei in un locale. Devo parlarle e capire. Ancora qualcos’altro, ancora un altro po’. Non mi alzo, cambio solo posizione e mi concentro, spero di ritrovare quel bar. Incontro spesso mia figlia lì; sto lentamente dimenticando sua madre. Nel viso della mia piccola rivedo solo la posizione incauta dei suoi zigomi, ma sempre più sbiaditi, levigati. L’ho potuta vedere una volta, mia moglie, per otto minuti. L’ho riconosciuta con difficoltà, non abbiamo parlato: smagrita, correva su una piattaforma meccanica alimentando un enorme giradischi al lamento di Gill Scott Heron.
Sogni intermittenti a intervalli regolari. Credo siano sinceri.

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La casa vuota

by Il Barista on Set.30, 2008, under Racconti da Bar

Yesterday upon the stair
I met a man who wasn’t there
He wasn’t there again today
I wish that man would go away

(Antigonish, W. H. Mearns)

Aveva preparato con cura la cena. La giornata era trascorsa banalmente, ogni pratica aveva trovato il giusto corso, nonostante una sorta di immobilismo velasse l’ufficio anagrafe.

Nessuna donna avrebbe voluto affrontare il parto lontano dal proprio marito, una sua collega era ricoverata da settimane, dopo aver terminato i nove mesi di gestazione, in attesa di non morire. Sembrava che i bambini rifiutassero di venire al mondo, le cliniche attrezzate alla soluzione chirurgica del parto erano impegnate nello smaltimento di un numero crescente di aborti spontanei e indotti: un altro esercito di non madri molto giovani, arruolato dopo l’esercito misteriosamente convocato dal Governo per l’Ultima Guerra.
Pochi gli uomini rimasti nelle proprie case: l’esenzione era stata definita su parametri precisi. Nessun anziano, di entrambi i sessi, nessun uomo adulto, pur con famiglia, era ritenuto inadeguato all’arruolamento. Nessun ragazzo, nessuna ragazza, aveva ricevuto la convocazione straordinaria presso le caserme.

Suo marito amava il soffritto di cipolle, suo figlio aveva iniziato ad apprezzarlo dopo la partenza del padre, mitigando le proprie richieste. Era stata una reazione meccanica forse, tuttavia i contrasti tipici imposti dagli adolescenti s’erano spenti.

Ai cittadini era richiesto di evitare forme di aggregazione spontanea, obiettivi semplici per terroristi e bombardamenti, si diceva; ma agli eventi cruenti che avevano preceduto le convocazioni non ne erano seguiti altri. Era stato ridotto l’orario di lavoro, aumentati gli stipendi. Poche spiegazioni all’inflazione indotta, poca voglia di chiedere spiegazioni.
Furono inviati negli appartamenti dei registri: necessario salvaguardare il patrimonio  culturale della Nazione, si diceva; ogni cittadino adulto doveva impiegare le ore di lavoro da cui era stato sollevato  per tornare a studiare, compilando test quotidiani multidisciplinari. Nessuna valutazione era comunque comunicata.

Era sempre stata una donna diligente, aveva preso l’abitudine di studiare durante la notte; non riusciva a riempire le ore del giorno di mansioni che  evadessero la semplice routine. La mattina mascherava l’insonnia con trucco robusto: come le sue colleghe,  come tutte le persone impietosamente rimaste a difendere la bellezza dal ricordo.
Il suono dell’interfono interruppe il titinnìo delle posate. S’annunciava l’organizzazione di una simulazione di emergenza per i cittadini al di sotto dei vent’anni. Era la prima volta che si richiedeva di mettere in pratica le misure già ampiamente esplicate da opuscoli e manifesti.

Il fatto che fossero coinvolti i più giovani non era una novità, invece. La vita della città era cadenzata da una funzionale divisione nelle frequentazioni tra pari: data la popolazione ridotta, le gestione non era stata complicata, i giovani potevano usufruire di strutture gratuite per il divertimento, pur non potendo raggrupparsi in numero superiore a quattro.

Le somigliava, somigliava più a lei che a suo padre: un naso di bronzo, spalle appuntite in perfetto equilibrio, mani piccole abbastanza da coprire le orecchie e serrare i timidi occhi bruni, la bocca una fessura poco disponibile; cresceva ancora. Lo guardò alzarsi, diligentemente riporre il proprio piatto nel lavabo, pulirsi il muso con eccessivo impeto. Indossò una giacca sportiva, sulla schiena i versi di un poeta antico.
“Ciao ma’, dormi. Torno appena finito”. Uscì.

Lo avrebbe voluto baciare, ma l’avrebbe voluto diverso, più simile a suo marito; baciarlo e baciare lui, non la propria faccia, alterata dal tempo e dalla prima barba incombente.
Solo un cenno della mano. Perdendo lo sguardo nel vino: lievemente continuava a muoversi, prima dell’ultimo sorso strozzato.

Trascorse qualche giorno da sola; una sera, stranamente, il buio tardò a venire.
Il giorno dopo l’interfono dispose il suo invito a una nuova esercitazione. Le posate erano già silenziose.

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