Medical Investigation
by Elly on Gen.31, 2007, under Chiacchiere da Bar
di Jason Horwitch
L’ultima sfilata in corsia
Sicuramente avrete sentito parlare della cosiddetta “convergenza tecnologica”; quando, cioè, due o più differenti tecnologie finiscono per confluire su un unico mezzo che le supporti contemporaneamente (esempio: tv, telefono e internet tutti su un unico mezzo, cioè il computer). La stessa cosa sta accadendo nel mondo dei telefilm: registrato il successo di due o più serie ad argomento specifico, alcuni autori hanno pensato bene di sfornarne altre che le racchiudessero tutte per accalappiare il pubblico con un “due al prezzo di uno” televisivo. Il risultato, in generale, non è necessariamente spiacevole (un esempio di telefilm originale nato con questo sistema è “Dottor House - Medical Division”), anche se a lungo andare la fantasia decede e le serie prodotte finiscono per essere più o meno piatte e prevedibili (come succede a tutte le idee abusate), diventando, invece che la fusione di due opere, un genere a sé stante suscettibile dell’”effetto dejavu“.
Il filone predominante al momento è quello della convergenza tra il telefilm di ambientazione medica (rappresentato da grandi successi come “E.R.”) e quello di investigazione scientifica, capeggiato da un vero e proprio “tornado televisivo” come “CSI - Las Vegas” (e le varie serie “figlie). Mentre il medico si districa tra love stories con le colleghe e defibrillatori scaricati al grido di “LIBERAAA!”, la sua equipe di giovani e affascinanti dottori viene sguinzagliata in una “caccia al virus” per scoprire l’arcana origine dei mali che affliggono i pazienti di turno (anch’essi giovani e affascinanti).
“Medical Investigation” si colloca un attimo prima della fase terminale di questo filone, come il dessert alla fine di un pasto abbondante: è rimasto ancora un piccolo angolino nello stomaco e ce lo facciamo entrare, ma il prossimo che si presenta in tavola con altro cibo verrà innaffiato da un fiotto di vomito alla Linda Blair. Uno dei pochi elementi che aiuta a sopportare ancora un po’ è il fatto che “Medical Investigation” non sia ambientato in un comune ospedale ma al NIH, specializzato nelle malattie infettive e quindi un po’ più credibile nel distribuire dipendenti a investigare in giro per l’America. Altro punto a favore, poi, è la scritta che appare prima di ogni episodio (che personalmente imporrei per legge a qualunque opera che parli di malattie), un avviso per lo spettatore sullo scarso realismo dei temi trattati. L’ultimo aspetto positivo di “Medical Investigation” è saper cogliere lo spettatore per stanchezza, dandogli (nonostante il generale piattume dell’opera) una sensazione di “interesse per default” che in un modo o nell’altro impedisce di cambiare canale. Passiamo ora a inevitabili criticucce.
Ho sempre sostenuto che una serie tv debba poggiarsi molto sui propri personaggi; avendo inoltre a disposizione molti episodi per svilupparne con calma la caratterizzazione, gli autori si dovrebbero concentrare parecchio su questo aspetto (esattamente come hanno fatto in “Dottor House”, e motivo - a mio parere - del successo di quella serie). “Medical Investigation”, invece, mette in scena un teatrino di protagonisti dall’encefalogramma sostanzialmente piatto; fisicamente sono la riproduzione del prototipo di squadra lanciato da CSI (un leader, una bionda, una mora, un giovane e un negro), riadattato però alla “sfilata di moda in corsia” che nacque con “E.R.”; caratterialmente sono piuttosto banali e il loro carisma nasce quasi solo dalla prestanza fisica.
Piattume a parte, la scelta di casting operata per questo telefilm è opinabile. Già la serie è extra patinata di suo, per regia, sceneggiatura e fotografia (quando appare in scena qualcuno con gli occhi azzurri, cioè il 90% del cast, bisogna mettersi gli occhiali da sole); mettici sopra dei protagonisti che sembrano la risposta al quesito “Che fine hanno fatto i bambini de ‘Il villaggio dei dannati’”?, con un capo-medico che sembra un putto di cera scappato dal Madame Tussauds, e ogni traccia di possibile realismo va a farsi benedire.
No, seriamente, qualcuno pensa che uno come Neal McDonough uscirebbe vivo da un singolo giro di visite in corsia?
La citazione:
“Secondo me la risposta non sta nella medicina. Sta nelle persone, nelle loro abitudini.”
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