dic 13

Gilmore Girls di Amy Sherman-Palladino

Potrebbe trasformare la persona più mite in un serial killer

Lorelai Gilmore è una ragazzona che ha da non molto passato i trenta; a differenza della maggior parte delle sue coetanee, però, ha già una figlia di sedici anni, Rory, avuta da un compagno di scuola quando lei stessa era ancora adolescente. Grazie al carattere allegro di Lorelai e alla non molta differenza di età, la giovane Rory considera sua madre la sua migliore amica e il rapporto tra le due è estremamente aperto e profondo.

Qui termina tutto ciò che di sano posso dire a proposito di “Gilmore Girls”. Senza timore di esagerare, trovo che questo sia il telefilm più irritante che Italia 1 abbia mai trasmesso. Tralasciando il facile bersaglio della protagonista Lorelai, con la sua diarrea verbale, le battutine scadenti e l’inconcepibile stupidità concentrata dagli autori nel personaggio, possiamo in effetti affermare che l’INTERO cast di co-protagonisti, comprimari, caratteri secondari, comparse e figuranti è una inaudita orchestra di personaggi irritanti, un presepe vivente di deficienti insopportabili che difficilmente il caso potrebbe riunire, nel mondo reale, tutti in una sola cittadina.

Che poi, in realtà, questa serie non è neppure brutta – nel senso più stretto della parola: non è un problema di incapacità a sceneggiare o di una produzione comunque generalmente sciatta. Gli autori di “Gilmore Girls” sembrano sapere esattamente dove vogliono andare a parare, e da come hanno sviluppato determinati aspetti dei protagonisti c’è da dire che non si tratta affatto di scribacchini sprovveduti. Quella di essere irritanti è una SCELTA.

Avete presente quelle tipiche commediole americane che non fanno ridere e sono zeppe di personaggi con la parlantina che dicono stronzate a vanvera? “Una mamma per amica” VUOLE essere un’estensione infinita di quei filmacci odiosi, con l’unica salvezza che, essendo spezzettata in episodi di quaranta minuti, il desiderio di veder crepare ogni singolo personaggio sullo schermo è arginato dal fattore-tempo. Ma eccedete nella dose, ed ecco che il quoziente di fastidiosità di “Gilmore Girls” vi porterà a sentire un improvviso bisogno di UCCIDERE.

Per questo, attenzione: un’esposizione prolungata a questo telefilm potrebbe trasformare la persona più mite del mondo in un perfetto serial killer.

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dic 10

Ningyo no mori di Takayuki Inagaki

Il manga della Takahashi con i disegni in movimento

Rumiko Takahashi, autrice che – senza mezzi termini – adoro, è famosa, oltre che per le sue opere più umoristiche (come “Ranma 1/2″ e “Lamù”), anche per altri manga dai toni decisamente cupi, di cui la saga delle Sirene è il prodotto più corposo. Protagonisti di questa storia sono Mana e Yuta, due giovani che hanno mangiato carne di sirena e che per questo sono diventati, a loro insaputa, immortali; vagando per il Giappone, tra i ricordi del ragazzo – ormai al suo cinquecentesimo compleanno – e la curiosità di Mana, che ha appena iniziato la sua vita senza fine, la coppia incontra una serie di persone che hanno avuto a che fare con le sirene o che sono alla disperata ricerca di quella carne miracolosa, ignari del fatto che i due protagonisti, pur avendo ottenuto l’immortalità, altro non vogliono se non tornare semplici umani.

Rumiko è Rumiko, inconfondibile: quella lieve ingenuità, la scarsa complessità dell’intreccio, il tratto mai troppo curato… Sono tutti dettagli che nel suo caso rappresentano un marchio di fabbrica, irresistibile proprio in quanto grezzo. Ogni volta che un lavoro della Takahashi viene trasposto in animazione, però, è puntuale e matematico che salti qualche ingranaggio e che tutto vada allo sbaraglio; il cartoon di Ranma e Lamù non faceva ridere – mentre i manga sono da spisciarsi -, Maison Ikkoku – che su carta è dolcissimo e commovente – su pellicola era una rottura de maroni allucinante, e la serie che nel 1989 fu tratta proprio da un altro volume delle Sirene era una chiavica impensabile, una roba che faceva schifo già dal trailer.

“Il bosco delle sirene” non fa schifo, ma solo per un semplice motivo: è il manga con le vignette animate, i ballon letti da doppiatori e una musichina in sottofondo. Leggete una delle storie autoconclusive del volume, calcolate il tempo che ci avete messo e poi cronometrate la visione dell’episodio correlato: pari pari. Trarre un anime da un manga non significa far muovere e parlare un disegno, significa trasporre una storia raccontata con un mezzo (in questo caso il comix) su un altro mezzo (cioè l’anime). Altrimenti, fra le due opere la sola differenza sono il colore e i suoni. Un anime si basa su espedienti narrativi ben diversi, offre a chi lo realizza la possibilità di soffermarsi su certi dettagli, di sfruttare silenzi e  parole, di far muovere la “macchina da presa” con un occhio completamente diverso rispetto a quello del mangaka, che invece deve condensare intere sequenze in una sola vignetta che le esprima dinamicamente – pur essendo immobile. Per il disegnatore si tratta di comprimere, per il regista di de-comprimere a piacimento. “Il bosco delle sirene” manca completamente di  questo aspetto e si limita a riproporre acriticamente il manga, papale papale. Più che un anime, lo definirei un “animanga”.

Va da sé che, essendo il fumetto molto bello, la sua versione animata ne mantiene inalterati certi pregi; se poi migliora il tratto della Takahashi con un character design da paura (soprattutto nei primi episodi), va invece a scadere su certi sfondi orribili animati in stile Bula-Bula.

Riflessione finale: credevo che una sirena fosse metà donna e metà pesce, non metà capitone e metà cozza…

La citazione:

“E’ un gatto… Lascialo andare. Prima che tu te ne renda conto, sarà già morto.”

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dic 10

War of the worlds di Steven Spielberg

Una demo di effetti speciali senza senso

Mettiamola così: la Industrial Light&Magic, un bel giorno, ha deciso che era ora di rilanciare un po’ nell’ambiente il proprio nome. Memore dei fasti di Carosello, che univa alla mera reclame uno straccio di storia per giustificare il prodotto, ha scelto di realizzare una bella demo con tanto di trama (degli alieni attaccano la Terra), testimonial (Tom Cruise) e un nome noto dietro la macchina da presa, un po’ come Tornatore con gli spot della Barilla. “La guerra dei mondi”, infatti, altro non è se non un catalogo di roboanti spettacolarismi tradotti in pixel, in cui la filosofia del “buttiamola in caciara per far vedere quanto siamo bravi” è intermezzata da una storiella inutile e patetica, oltre che del tutto inconcludente. Spielberg (su cui ormai non ho dubbi: è morto da anni e qualcuno continua a usare il suo nome per far soldi) non è che un ruttino al termine di questa mega scorpacciata di effetti speciali, un regista che ormai dovrebbe solo andarsene in pensione invece di seppellire una carriera brillante sotto simili palate di merda.

La trama? Presto detto: un coglione americano medio, operaio in un cantiere (il più bravo del suo gruppo, abilità che ovviamente gli salverà la vita nell’attacco alieno) si ritrova tra le palle figlio&figlia per il weekend; senonché, proprio mentre la mammina è lontana, giganteschi tripodi venuti dallo spazio iniziano a far saltare in aria autostrade, aerei, treni, navi, città, ovvero tutto quanto provochi esplosioni di effetti sonori e dispendio di computer grafica. Il suddetto coglione non trova niente di meglio da fare che caricarsi i figli in spalla e attraversare il paese come un disperato, alla ricerca della ex-moglie (dalla quale pretende non so quale soluzione al problema).

La sceneggiatura è assente. La maggior parte dei dialoghi va in default, usando due o tre modelli di frasi già fatte sull’argomento “arrivano gli alieni” e “padre divorziato con figli incazzati”. La storia è semplicemente ridicola, piena di buchi, sconclusionata – in poche parole, una stronzata col botto. Ci sono poi innumerevoli ingenuità (chiamiamole così), delle cazzate palesemente surreali a cui non si tenta neppure di dare uno straccio di giustificazione.

SPOILER

Per esempio, come stracavolo è possibile che per un milione di anni degli esoscheletri alti come palazzi siano rimasti sepolti sotto terra in tutto il pianeta e che nessuno se ne sia mai accorto??? Cioè, non erano stati seppelliti, che so, in fondo all’oceano, ma in zone sui cui gli umani hanno poi edificato città e case e costruito impianti sotterranei, senza MAI notare che c’era la versione plutoniana di Goldrake interrata sotto i loro piedi. Curioso, no?

Poi, spiegatemi in quale universo è mai possibile che ti precipiti un aereo sulla casa senza fare un solo graffio all’auto parcheggiata in giardino. Ti cade un Boeing addosso, un bestione gigantesco con un’apertura alare immensa e dio solo sa quanti litri di carburante nel serbatoio, e la tua macchina rimane assolutamente illesa! No, perché se è così vorrei capire come mai è sufficiente che un piccione molli una cagata di quattro centimetri quadrati nei dintorni della mia auto perché la merda si spalmi dritto per dritto sul cofano!

Poscia, la scena del traghetto ribaltato è assolutamente ridicola. Io capisco che sei il protagonista e che non puoi morire, ma se ti si rovescia una nave carica di automobili addosso, e se un attimo dopo ti ritrovi a un metro di distanza dalle pale del motore ancora acceso, NON te la puoi cavare con due bracciate a stile libero.

Per concludere, la parte in cui Tom Cruise uccide Tim Robbins è del tutto gratuita e priva di senso.

FINE SPOILER

Ciò che principalmente contesto a “La guerra dei mondi” è l’andare a cercare una qualche ragion d’essere in atmosfere fuori dalla sua portata, tralasciando invece la cura di dettagli necessari alla riuscita del film; se si voleva scomodare un titolo del genere, se si voleva fare fantascienza… beh, allora mi viene da dire che lo scopo non è stato affatto raggiunto.

Ed evito di disquisire sulla conclusione del film: qualunque cosa fosse giunta a scrivere la parola “fine” su questa merda sarebbe stata ben accetta.

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