dic 15

Sousei no Aquarion di Shoji Kawamori

Non è uno scherzo, purtroppo

Cos’è Aquarion? Chiariamolo subito: è l’ennesima merda di cartone di robot che scimmiotta Evangelion e si è scordato che siamo nel 2006. Traduzione? Ci sono gli angeli, c’è il tasso di sincronia, c’è gente che parla per mezz’ora e non si capisce un cazzo di quello che dice; di  contro, ci sono ragazzini di dodici anni chiamati a salvare il mondo pilotando un robot gigantesco (quando in realtà riuscirebbero a malapena a parcheggiare una liger), alieni che passano 24 ore su 24 nel ponte comandi della loro base progettando UN MOSTRO PER VOLTA da lanciare contro Aquarion, e le più classiche mandrie di poveri umani che scappano mentre il robottone e il suo avversario si battono nel centro della città.

Tolta infatti la confezione pseudo-moderna (e cioè una grafica 3d sparata a palla “che fa tanto videogame  + deliri di varia natura  “che fanno tanto Evangelion”), Aquarion è un prodotto che sembra uscito direttamente dagli anni ‘70 e approdato nella nostra epoca modificato solo nell’estetica, lasciando inalterate certe dinamiche narrative che ci eravamo lasciati alle spalle dai tempi di Goldrake.

Insomma, per chiarirci, lo schema di un episodio è il seguente:

-cazzeggi vari tra i personaggi (tanto per far vedere che “sono persone normali pure loro”)

-un allenamento speciale che ai ragazzi sembra una cosa inutile

-l’arrivo di un mostro alieno durante l’allenamento

-battaglia che sembra disperata, quando all’improvviso i  piloti capiscono che l’allenamento fatto quella mattina è essenziale per sconfiggere (guarda caso) PROPRIO QUEL MOSTRO

A questo aggiungiamo amorazzi vari sospesi nel nulla, amici morti da vendicare e quello che nella mente degli autori doveva essere il dettaglio ORIGINALISSIMO di Aquarion: i piloti, nel fondersi col robottone, provano piacere sessuale.

EHLLALLA’, ma che estro! So’ proprio matti questi qui, che trovata inaudita!

Quindi, oltre a tutto il resto, preparatevi a vedere i protagonisti che a ogni fusione gemono e godono come  ricci, oltretutto sempre con la stessa sequenza che viene riciclata dalla prima all’ultima puntata.

Un capitolo a parte poi lo meriterebbe Apollo, il protagonista. Gli autori, sempre nel loro estro creativo, hanno pensato che sarebbe stato interessante mostrare la contrapposizione tra la sua vita precedente (quando era un bellissimo angelo guerriero coi capelli  fluenti e le lacrime a brillantina che volano al vento) e la sua attuale incarnazione, in cui la personalità del ragazzo è stata forgiata da fame, guerra e devastazione.

Come?

Per sottolineare appena appena appena (ma giusto un pizzico) come Apollonius/Apollo si sia un attimo inselvatichito nel suo passaggio alla natura umana, hanno pensato di fargli fare le seguenti cose:

-mangiare topi, rane e lucertole VIVE
-fargli infilare costantemente le dita nel naso e poi mangiarsi le caccole
-farlo andare a caccia come una bestia nel bosco (per poi, come sopra, degustare le sue prede ancora vive)
-farlo occasionalmente scorreggiare
-mostrare spesso e volentieri le assenti abitudini igieniche del giovine, che puzza come un caprone e ha presepi viventi nelle scarpe.

E se tutto questo non era sufficiente a fare di Aquarion una galleria demential-freak, ci si sono aggiunti anche quei testa di cazzo che hanno curato l’edizione italiana (e in particolare la versione in  onda su MTV che, a dispetto della comune credenza, E’ CENSURATA); per non turbare le menti dei possibili spettatori, infatti, hanno avuto la bella idea di togliere enfasi al doppiaggio delle suddette scene di fusione, indi per cui vediamo questi tizi contorcersi, arrossire, fare la faccia di Moana Pozzi ai tempi d’oro e commentare il tutto con un tiepido “Che incredibile potenza.”.

A questo punto, sembrerebbe che Aquarion sia un prodotto da buttare nella spazzatura… Senza contraddire quanto detto sopra, in effetti un pubblico di riferimento per questa chiavica di cartone c’è: se infatti siete appassionati di animazione robotica, in particolare  quella classica, è probabile che Aquarion susciti in voi quello che viene comunemente definito “guilty pleasure”: sapete che fa schifo, ma non potete farne a meno e nella vostra collezione non manca neanche un dvd della serie.

Concludo rinnovando il mio disgusto per quella piaga della censura, nemico che sembrava essere stato sconfitto ma che torna puntualmente strisciando nell’ombra: gran parte di quello che vediamo, infatti, non solo è censurato, ma la cosa non viene neppure segnalata e noi di conseguenza non possiamo sapere che il prodotto che compriamo è stato manipolato. Questa io la chiamo truffa.
La citazione:

“Gli esseri umani provano amore quando intravedono un frammento della propria anima in quella di un’altra persona. Tuttavia, nel momento in cui si rendono conto di non potersene impossessare, provano gelosia. La gelosia è la voce dell’anima che reclama il proprio frammento.”

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dic 15

Fushigi no umi no Nadia: the secret of blue water di Hideaki Anno

Quando si dice “superare la prova del tempo”

Quando ho saputo che era ormai da tempo uscita la riedizione in dvd di Nadia, con un nuovo doppiaggio e senza censure sui nomi, non ho trattenuto un urlo di gioia (seguito da un urlo di disperazione quando ho aperto il portafoglio ed era vuoto, ahimè). Insomma, voglio dire, parliamo di NADIA, che non è un cartone ma un’istituzione, che fa parte dei ricordi dei nati negli anni ‘80 ma, a differenza di tante altre serie rivedendolo da grandi lo abbiamo riscoperto come opera adulta e matura – nonostante a suo tempo lo abbiano spacciato per roba da poppanti.

Cioè, maledizione, ma non è una bella cosa già questa? Lo rivedi con quel senso di nostalgia perché ti ricorda la tua infanzia, ma al contempo lo apprezzi anche con gli occhi di un adulto, con annessi e connessi e soprattutto alla luce della visione di Neon Genesis Evangelion (e, credetemi, rivedere Nadia dopo NGE fa tutto un altro effetto).

La prima considerazione che mi viene da fare è che Anno e i Gainax si trovano sulla nuova enciclopedia Treccani alla voce “autocitazione”; non esiste infatti un solo episodio di “Nadia” in cui non ci sia almeno un dettaglio, una tematica, un particolare o una scelta narrativa successivamente trasportata in Evangelion. Al punto che, per poterci fare caso senza stressarsi troppo, si fa prima a fare la manovra inversa: cercare le citazioni direttamente in “Nadia”.

Aldilà delle autocitazioni in sé, si può dire – anche se in senso lato – che “Nadia” sia la versione rilassata e senza turbe psichiche di Evangelion, in cui l’approfondimento sui personaggi e sulle varie tematiche affrontate è condotto attraverso una bella avventura piuttosto che appoggiarsi completamente a scelte meta-narrative superflashate come quelle di Shinji e compagnia bella. Certo, si richiede allo spettatore una sospensione dell’incredulità maggiore, ma in fondo è un piccolo prezzo da pagare. Per chi ama la sci-fi, inoltre, “Nadia” non può non essere un punto di riferimento (nell’ambito della fantascienza ucronica, soprattutto).

La storia, bene o male, la sappiamo tutti: nella Parigi di fine ‘800, durante un concorso per velivoli amatoriali, i quattordicenni Nadia (acrobata in un circo) e Jean (genio precoce col pallino delle invenzioni) si incontrano; il ragazzo promette a Nadia di portarla in Africa alla ricerca delle sue vere origini, ma il loro aereo precipita e vengono recuperati dal misterioso sottomarino Nautilus, comandato dall’altrettanto misterioso capitano Nemo. Nadia è inoltre inseguita da tre ladri attrezzatissimi (Grandis – Rebecca nella vecchia versione italiana -, Sanson e Hanson), che mirano a impossessarsi della strana pietra azzurra al collo di Nadia, una gemma dalle origini oscure che ha il potere di illuminarsi quando la ragazza si trova in pericolo. Da qui hanno inizio innumerevoli avventure che vanno dall’assurdo al drammatico al sentimentale, una vera epopea in grado di toccare svariati registri mantenendo comunque costante la credibilità dell’opera.

Nucleo principale della serie è il percorso di formazione dei giovani Nadia e Jean, la scoperta in senso pratico della morte, della sofferenza, ma anche dell’amore e della propria sessualità (primi baci, prime toccatine, al massimo primi alzabandiera; niente di scandaloso, dunque, almeno non da giustificare l’intervento delle forbici che ci fu a suo tempo).

A loro si affiancano poi personaggi storici come Grandis, Nemo, Electra (la matrice di Ritsuko Akagi), Sanson&Hanson, la piccola Marie, Ayrton; tutti forgiati sopra le righe, ma manipolati in modo da poter essere, all’occorrenza, caratteri veri e propri con una ponderata rete di relazioni umane che li unisce.

Interessante la rilettura della leggenda di Atlantide, la rappresentazione abbastanza inedita del continente perduto, ma anche la genialità nel ribaltare sul finale quello che sembrava un dettaglio abbastanza inutile (il vegetarianesimo di Nadia) facendone la chiave di lettura di una guerra intera.

Gli episodi (un po’ troppi, per la verità, e alcuni evitabilissimi) sono molto eterogenei, in grado di rappresentare con leggerezza situazioni divertenti quanto di far rabbrividire lo spettatore (su tutti metto il mio preferito, quello in cui Nadia, avvolta da un’atmosfera bianco e nero piuttosto inquietante, fa capire a Jean di non essere terrestre).

Per essere un’opera di fine anni ‘80, inoltre, “Nadia” può sfoggiare un’animazione ottima, una grafica – almeno per quei tempi – dignitosa e una complessità di trama&sceneggiatura che ha poco da invidiare a molti anime di oggi.

Insomma, “Nadia” è un capolavoro? Forse no. Ci sono tanti difetti, ci sono alcune scelte opinabili, c’è King – insopportabile – e c’è un finale che, per quanto simpatico, fa un po’ storcere il naso (in stile American Graffiti ante litteram, più o meno).

Eppure, mi sento di definire tranquillamente questa serie come una delle più belle mai realizzate in nipponia. Un capolavoro, per essere tale, deve essere perfetto: ma “Nadia” ha una caratteristica diversa, e cioè sa farti amare i propri difetti. Se dovessi definirlo in poche parole, direi così: un cult indimenticabile, una storia bellissima, un anime uscito vittorioso dalla prova del tempo. Scusate se è poco!
Postilla: ora che ho visto i primi episodi della versione ridoppiata, posso dire che non c’è paragone; tolta la vecchia voce alla protagonista (non era molto credibile che la principessa di Atlantide parlasse con l’accento MILANESE), Nadia è ora doppiata dalla brava Debora Magnaghi; resta il leggendario Davide Garbolino su Jean, mentre gran parte del cast è cambiato (tranne Sanson, con mia grande gioia). E, diciamolo pure, IN MEGLIO (mi dispiace un po’ per la voce di Hanson, se devo essere sincera: ci ero affezionata). Doppiaggio a parte, vedere ancora una volta questa serie senza censure e con i nomi originali è solo un altro motivo per amarla ancora di più!

La citazione:

“Innamorarsi di qualcuno è dividere il proprio spazio con quella persona. Ognuna di noi vive nel suo spazio. E ognuna di noi, alla fine, scopre che non può vivere da sola nel proprio spazio per sempre.”

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dic 15

Shinkidousenki Gundam W di Masashi Ikeda 

Cito Socrate solo per dare un senso a cinque inutili anni di liceo  classico: so di non sapere. Su Gundam,  intendo. E’ una macchia imperdonabile sul mio curriculum di assatanata di manga, ma non ho mai visto nessuna serie completa dedicata a questo (questi) robottoni… Sì, so chi è Amuro Rei, so chi è Seyla, so che ci sono diverse opere con questo nome, ho anche visto alcuni episodi della prima serie. Ma sull’argomento sono… Ignorante. La prima cosa che mi viene in mente quando sento questo nome, per intenderci, è quella canzone dei Gemboy che fa “Ma nessuno ce l’ha lungo come GUN-DAM, GUN-DAM, OOOHHHHH…”La premessa è d’obbligo, perché Gundam è un pezzo di storia. Non conoscerlo, tuttavia, mi dà la possibilità di astrarre da un certo contesto (quello stretto dell’appassionato) per commentare “Gundam Wing” dal punto di vista di chi non è vincolato dalla regola del cult. Regola che, si sa, è un’arma a doppio taglio.

Me lo hanno sconsigliato in tantissimi, ne ho sempre sentito parlar male. La prima impressione che invece ho avuto è stata che, sicuramente,  questa serie è molto penalizzata da un adattamento italiano poco curato.  Non disastroso, certo, ma neanche tanto brillante da giovare all’opera stessa. E questo è il primo aspetto negativo (comunque indipendente dalla  volontà degli autori).

Il secondo aspetto negativo è una generale tendenza dell’opera a farsi trascinare dalle solite bambinate del cavolo, tipo: le Colonie hanno 5 Gundam da schierare per proteggersi, e in mano a chi li mettono? Ovviamente a cinque quattordicenni psicopatici, che più che di  un robottone necessiterebbero di un assistente sociale; invitti, fieri, indomiti e cazzuti, i cinque impuberi scivolano illesi tra battaglie  nello spazio, azioni kamikaze da far sembrare i fuochi dell’Iraq semplici scorregge, autodistruzioni a magnitudo diecimila (dove se la cavano tutt’al più col classico cerottone a croce su una guancia), nonché primi ormoni in subbuglio – vedi Relena che sbava dietro Heero -,  ai quali, mai sia diversamente, gli adolescenti come il protagonista non possono che rispondere con malcelata indifferenza (se non proprio schifo) e l’espressione da “Anche se sei la più bella della scuola, piuttosto che dartelo mi ci pianto il basilico”. Proprio come nel mondo reale, insomma.

Per il resto, Gundam Wing non è poi così male. Va a peccare di  realismo su certi aspetti, è vero, ma sa tirare fuori le unghie per raccontare una storia di guerra che potrebbe essere anche abbastanza attuale: la storia un sistema solare in piena guerra civile, in cui tutti  sono pacifisti ma nessuno esita a inviare truppe su truppe “per perseguire il fine ultimo della pace”, mandando così a morte giovani  soldati e centinaia di autoctoni. E i Gundam, che gira e rigira altro non sono se non terroristi dal design sofisticato, in tutto ciò fanno  solo la parte di marionette sacrificali, parafulmini su cui concentrare l’odio di tutti – dalla Federazione Terrestre alle Colonie, che pure difendono.

Tirando le somme, alla fine l’unica battaglia sensata è proprio quella dei più “cattivi”, i soldati di Oz, considerati pazzi solo perché hanno una loro etica professionale e agiscono secondo principi di lealtà puntualmente incompresi. Il personaggio di Treize Kushrenada – agghindato come Lady Oscar, con tanto di sciabola e calice di vino rosso tra le dita – è secondo me il più riuscito in assoluto, un vero protagonista più che un semplice comprimario.

Su una scala da uno a dieci, insomma, a Gundam Wing do sette meno meno e direi che ci possiamo accontentare.
La citazione:

“Se stai pensando di autodistruggerti col tuo Gundam, sappi che… fa un male cane!”

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