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Il Dono

Il pubblico riempiva l’Arena come un cuore incapace di alimentare alcuna circolazione. La città giaceva uccisa dall’infarto, il petto gonfio, sempre più gonfio, e le vene, le arterie sbiadite.  L’esaurimento dei biglietti aveva lasciato presagire un avvenimento indimenticabile; agli ingressi, le vendite clandestine dei pochi posti disponibili si intrecciavano con sordide truffe, un business inimmaginabile appena poche settimane prima.

Madre e padre dinanzi al Dono; furbescamente le acquisizioni di paternità e maternità avevano mantenuto una definizione unilaterale del segno, ignorando il pagamento di un corrispettivo decisamente oneroso al Sistema. Il Dono era solo una fase intermedia del processo, pur rappresentandone il primo concreto approdo. La fase preparatoria consentiva all’utenza di spendere i propri fondi nell’acquisizione di Talenti e dotazioni; la fase successiva nel pagamento di un abbonamento obbligatorio da cui dipendevano i servizi vincolanti sviluppo e crescita del prodotto.

La famiglia P460 aveva ricevuto ovviamente una decina di biglietti riservati. Senior non aveva avuto alcun dubbio: li avrebbe messi all’asta poco prima dello scadere, riuscendo a recuperare almeno due anni di investimento nella Crescita del suo adorato Pjunior. Madre e padre della giovane promessa avrebbero seguito l’incredibile sfida attraverso la Rete.

La scelta dei Talenti e delle dotazioni era stata vincolata a lungo a una serie di parametri di base vincolanti, la Norma. Non ci volle molto che la decisione fosse messa in discussione dall’evidente rischio di una discriminazione timocratica, avevano sostenuto le associazioni dei genitori; e i fornitori dei servizi non erano in disaccordo, trovandosi dinanzi a un mercato livellato verso il basso. Attraverso una graduale dismissione degli articoli di Norma, si era approdati alla completa determinazione del Dono, sacrificabili alcuni elementi di base per poter acquisire Talenti più costosi.

Pj era solo, in attesa. Non aveva allenatori, nè manager; Senior e Madre si erano occupati di ogni preparativo. Si era connesso per gli ultimi messaggi dei sostenitori, cercando la giusta determinazione. Le pressioni erano forti: aveva mantenuto il gusto di ascoltare della vecchia musica per isolarsi nei momenti appena precedenti l’impatto con l’Arena. Nessuno comunque gli si sarebbe avvicinato almeno fino a conclusione dell’evento. Poi, se non fossero intercorsi imprevisti, sarebbe stato compito di Senior e Madre strapparlo all’entusiasmo della folla.

La conseguenza della Liberalizzazione del Dono fu una serie di svolte combinatorie non sempre efficaci e sostenibili. Molti tentativi si rivelarono fallimentari; doni tacitamente soppressi o consegnati morti fecero la fortuna delle nascenti Società di Assicurazione sul Dono. Le famiglie più distanti dalla classe A investivano ogni risorsa nell’adozione di Talenti e dotazioni col sogno di una scalata sociale altrimenti impossibile.

Il tabellone olografico posizionato al centro dell’Arena fu spento, interrompendo le divagazioni degli sponsor. Di colpo il clamore fu schiacciato dal buio: i fari zittiti, le luci di sicurezza smorzate. Pj sapeva che quello era il suo momento; preparato accuratamente l’evento sarebbe giunto in pochi minuti al suo culmine. Senior e Madre guardavano abbracciati sul divano il loro Dono ormai pronto a ricambiare anni di investimenti e sacrifici. Fu il fuoco a ridar voce al pubblico; ripresosi dalla parentesi di vuoto, un applauso fragoroso accolse Pj sotto migliaia di osservatori in assedio.

L’industria dei Talenti aveva dovuto reagire alla nuova reticenza del mercato, sviluppando un marketing meno aggressivo: approssimazioni alle funzioni necessarie e sufficenti, arricchite da pacchetti convenienza. Avevano investito inoltre ampie percentuali di fatturato nell’intrattenimento, ricavando nuovi utili dall’esibizione di Doni perfettamente riusciti. Come mecenati di un riscatto non più minato da tragici epiloghi. E un nuovo esercito di eroi sfidava l’evoluzione, alimentando l’immaginazione collettiva.

Pj conosceva bene la scenografia allestita, per averla visionata più volte durante la progettazione tridimensionale. Ma nell’Arena era tutto più grande, maestoso.
Arrivarono le gabbie. Appena sbloccati gli argini duecentrotrenta Umani irruppero confusamente nell’Arena.
Correvano impazziti, gli Umani, vestiti con gli abiti tradizionali di alcuni anni addietro: erano impiegati, commesse, militari o operai, politici o pescatori senza esserlo mai stati. Il Sistema aveva avuto cura di non consentire l’estinzione del genere ma inevitabilmente si trattava di semplice progenie da studio, se pur in una pregiata selezione. Pj lasciò che il pubblico si divertisse a seguire i movimenti casuali degli Umani; attivò la scansione progressiva appena giunto a tre quarti dell’Arena, trasmise l’ingrendimento di dettagli maestosi: bocche spalancate in spasmodiche distensioni, lacrime salate e secrete con ritmo differenziato. Quindi attivò i laser. L’obiettivo era colpirli tutti prima che fosse trascorso un secondo. Sapeva, dai test, di poterne colpire facilmente anche duecentocinquanta; ma indugiò volutamente su alcuni corpi, alimentando con successo il pathos prima dell’ovazione finale.



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