gen 24

Presi la shortcut: meglio non dare nell’occhio. Indossavo delle rumorose scarpe impermeabili: pesanti come anfibi, meno comode, meno discrete. Arrivai al plugin del locale in lievissimo anticipo. Cincischiai con una sigaretta spenta tra le labbra. Dovevano esser viola, le mie labbra, per il freddo o la rabbia. Un popup improvviso mi fece perder l’equilibrio: cazzo fai, dove guardi, mongoloide. Se non volevo farmi notare, certo era la maniera migliore. Al Sidebar nessuno entrava con un sorriso, e imprecare era di buon augurio.Ordinai un Corebusiness, doppio senza ghiaccio.

Senza ghiaccio ho detto, cazzo. Non c’è verso. Le pareti del bicchiere sono già appannate: non ci vedrò dentro le solite sirene. Una donna senza gambe. Che fregatura le sirene. A proposito di gambe. Quella strill mi sta fissando. Bella, ma quel caschetto rosso mi ripugna. Evito di guardarle ancora le cosce, potrebbe fraintendere e pensare di piacermi. Senza dubbio quel vestitino lo ha comprato alle elementari: direi che lascia ben poco all’immaginazione. No, ne ho le tasche piene di queste slot. Mi è bastata mia madre. Invece mia sorella, grazie a dio, è un uomo serio. Scherzo. Sarebbe divertente però. Le piacerebbe. Uno switch. Gli piacerebbe. Chissà. Quanto è basso quello. Che idiota. Portare una Password così in vista: spero almeno sia scarica, imbecille. Quella col caschetto rosso gli si struscia. Che quadretto da circo. Gli accarezza il petto col ginocchio, brava, dove sporge la pistola fuori posto: sembra che per lui sia il massimo, si dice in giro che non avrebbe altro da offrirle. Lo invidio. Quando non hai più bisogno di certe cose ci guadagni ore di sonno benedetto. Che cosce però. Ho sempre amato l’opensource nei locali notturni. Ma non è roba per le mie finanze. Un feed solitario davanti alla tv, quello mi spetta di diritto, un debug a portata di mano. Senza fatica, non è poi così malvagio, è nelle cose. Ecco Tag. Non ha una bella cera. Non si fa la barba da giorni. Sembra un bancario eroinomane caduto in una fontana. Ha iniziato a piovere, evidentemente. Correre nella pioggia non serve a bagnarsi meno: te le vai a cercare le gocce di pioggia. Ha il fiatone,  è bagnato, ha corso. Non ha mai saputo fare la cosa giusta. Però lui sì che ha delle belle scarpe, pelle nera, pelle buona. First Release, cazzo. Mi hai portato il Pod? Lo guardo, non glielo dico, cerca di capirmi idiota. Non capisce, non riesco a sorprendermi. Lo avvicino. Cosa prendi? Niente, niente, risponde. Il secondo niente mi inquieta. Che sia una risposta alla mia prima domanda, quella che non gli ho fatto. Abbassa gli occhi. Mi sorprende, è meno stupido di quel che pensavo. Niente pod. Rimane a tremarmi accanto. Poi con un dito fa un cerchio sul banco. Devo aver aspettato un secondo di troppo: chiaro, secco, il sangue sullo specchio rosso, sparso, è il mio.

Ero il solo a morire al Sidebar quella sera. Una stronza puttana mi aveva seccato dietro la nuca usando la pistola di un nano impotente. La gente era indecisa sul da farsi, la musica no, quella continuava a spammare, irridente. Nello specchio schizzato l’assassina appariva più bella, il sangue le allungava i capelli fino alle spalle. Senza rimpianti. Vai pure. La sigaretta scivolò in terra e lasciò viola le mie labbra chiudersi.

A.

gen 14

Mi impressiona l’ombra. Tu dimmi se è possibile. Sentirsi così stanchi e non sapere se basta quel che si è fatto.
Qualsiasi sforzo, qualsiasi sforzo non porta che l’esigenza di un altro sforzo. E rimane solo qualche ora o il desiderio di fare felice qualcuno.
Si chiama incubo. Si vive di giorno senza potersi svegliare. Quando non trovi le parole per evitare le parole più dolorose. Che tutto l’universo ti grida contro. E grida che si chiama incubo. ‘Senza potersi svegliare’ è solo uno dei pezzi dell’incubo. Mi taglio un dito e vedo affondare Atlantide coi suoi abitanti alati in una stilla di sangue. Mi sveglio.
Notte, sono passate le due e mi annoio. Perchè nella mia testa parlo da solo.
Diceva il piccolo Ninja che la forza vien dal proteggere le persone che ami.
Diceva l’altro piccolo Ninja che la forza vien dall’avere un senso e il senso possibile, l’unico, è amare se stessi.
Il primo Ninja aveva più forza perchè aveva qualcuno che amandolo l’aveva protetto.
Il secondo era stato maledetto e condannato a portare il nome di un demone.
Il primo Ninja però riconosceva negli occhi del secondo il terrore del non esser accettato.
Il secondo lo guardava meravigliato per i suoi occhi spavaldi e protesi all’aiuto.
Il primo Ninja e il secondo Ninja sono ancora bambini per questo credono che siano importanti le parole astratte.

Probabilmente si andrà avanti così per decenni. Qualsiasi sforzo, qualsiasi sforzo non porta che l’esigenza di un altro sforzo. E rimane solo qualche ora o il desiderio di fare felice qualcuno.

A.

gen 09

Moltiplicando il corpo, si accese diverse sigarette: era solo lui ad aver ordinato di bruciare ogni cella ancora aperta nei suoi polmoni.
Svuotata una cassa di pomodori, divorandoli tutti, vi era salito su ancora trangugiante e aveva esposto la canottiera rossopetto come una verginità appena perduta.
Le sue parole erano perfetti taralli al finocchio, i suoi occhi intrisi di benzene, una mistura nauseante e allettante come ogni discorso che implica perdita e giudizio.
Si era scosso al primo cenno di applauso, no no, così perdo il filo ma non il vizio! E tirò fuori la lingua facendola vibrare come un serpente o un attore da film porno ma di quelli veri. Aveva riconquistato il silenzio e pure qualche donna infiammata nel seno, cominciò a pensare che non era poi così brutto e sì virtuoso.
Cospirazione! Era la parola cui voleva giungere. Ma doveva farlo con lentezza, conducendo, adducendo, producendo ansia e desiderio. E c’eran l’uno e c’eran l’altro, annodati come lacci di stivale d’un soldato.
Oramai altissimo procdeva tra ricostruzione di scenari storici e filosofiantica da pastori saggi. Roteava la mano in alto e in basso che mungeva latte e commozione e dosava le pause come il miele cola lento e appiccicoso in una danza d’oro di falso valore.
Nulla poteva fermare la sua avanzata verso l’epifania del reato sottointeso: cospirazione! avrebbe gridato scendendo dalla cassa di pomodori vomitando ancorpiù ogni singolo sanmarzano sulla folla.
Le ultime parole scelte si succedevono maestose, il vino della sua retorica bagnava e appestava scuri i piedi e i capelli di ogni presente.
Cospirazione! Era stato lì lì per dirlo. Sentiva la tracotanza del “co” cooperativo, il rigoglìo dello “spira” senza rimedi e infine l’”azione”, dio mio l’azione! Gli scoppiò la gola nel collo e in un attimo raggiunse col suo sangue le pareti del salone. In silenzio i lavoratori rimasero a guardare lo zampillìo di quell’estremo oratore squarciato, finchè non s’accasciò vuoto come una blusa smessa.
Poi, aggruppati e incerti, tornarono a casa e ognuno in cuor suo si chiedeva: dove, dove l’avrebbe portato quel lungo straordinario discorso incompiuto.

A.