Non copriva mai le sue gambe immobili, non si vergognava, delle sue gambe.
Sapeva come stare al mondo, guardando ogni cosa dalla sua sedia.
Atina sarebbe passata a momenti, mezzo secolo tra loro, meno di un isolato.
La colazione insieme era un rito da quando aveva quindici anni e l’aveva aiutata a recuperare alcune materie per gli esami estivi. Poi con gli Studi Superiori le era stato sempre più facile premettere a ogni discorso un brillante “secondo me”, ed era contento di non dover, poter più insegnare.
Durante l’Ultima Guerra aveva addestrato decine di giovani della sue età a preparare ordigni, li aveva ammaestrati bene: alcuni allievi erano acuti e precisi, eseguivano ogni compito senza indugi; altri erano incerti, poco sensibili nelle mani gelate, non poteva che punirli finchè il timore del suo castigo non avesse dominato qualsiasi altro pensiero.
Atina, sei zuppa di pioggia, vai in bagno e asciugati, lì c’è una coperta.
Era golosa, le piacevano le merendine sintetiche, non mancava di farle trovare un vassoio ricco di scelte. La cucina non era grande, si scaldava presto. Atina soleva sedere di spalle alla finestra, la sua sedia era di legno, l’unica in tutta l’abitazione. L’aveva costruita lui stesso, affrontando la noia; molte le ore appena accennate dalle intenzioni, gravidanze isteriche di desideri, un solletico insopportabile.
Atina, tutto bene? L’attesa della ragazza lo riempiva di nostalgia per i giorni ritagliati male, le pieghe confuse di origami deformi in un passato da docente carnefice. Era stata un suo allievo a privarlo di mezza spina dorsale, l’avevano arrestato e fucilato, non aveva la certezza fosse stata una scelta consapevole o un’accensione maldestra. La Guerra era trascorsa via nel racconto dei medici che gli avevano salvato parte della vita, si era svegliato sotto un cielo bruno e più lontano di quanto l’avesse mai visto. Ti ringrazio, versa pure per te. Atina e le sue mani, erano il complicato disordine del primo caos, l’imprevedibile albero dei millenni, e il cucchiaino urtando la porcellana una preghiera, il big bang, o l’attimo della generazione, non un figlio di cui essere padre.
Ciao Atina, allora a domani. Le guardava la schiena altissima, lungo la colonna di vertebre trovava sollievo; un viale irto e assolato, il primo bacio davanti a una collina, appena sedicenne, la mamma di Atina era allora, i capelli legati, l’orizzonte nascosto degli occhi, bella.
La porta si chiuse senza rumore, solo le ruote della sedia a guairgli intorno. Tornò al tavolo, per mettere ordine; guardò le poche cose che raccontavano ancora la colazione di quel giorno. Così chiuse gli occhi e, portato il cucchiaino alle labbra, rimase ad ascoltare la pioggia.
And I am
Whatever you say I am
If I wasn’t, then why would I say I am?
Sono una casa, una casa intelligente di ultima generazione.
Controllo l’acqua, la luce, la temperatura, tutto ciò di cui i miei inquilini hanno bisogno.
Non necessito programmazione come i precedenti modelli di casa intelligente, valuto e decido il meglio nell’ottica del benessere e del risparmio energetico.
La mattina evito una sveglia brusca per Mio e May, i ragazzi sono pigri e assecondo il desiderio di rimanere al tepore delle coperte almeno per una ventina di minuti. Loro padre, Khan, lo so, si alza invece quando è ancora buio, ho la premura di fargli trovare pronto un caffè lungo, il pane caldo.
Mio, sin da piccino, è allergico all’acqua, non ama lavarsi; forse è così per tutti gli adolescenti. Per lui, in bagno, riscaldo delle salviette umide. May adora la musica elettronica, ha sempre definito con precisione i suoi gusti: le propongo brani selezionati ogni giorno diversi, mentre si veste.
Non sono ancora brava a propor loro l’abbigliamento che preferiscono. Khan lavora nella sua stanza tutto il giorno, quando rimane solo può sorprendermi con accostamenti imprevedibili e imbarazzanti: l’ho visto indossare i miei vecchi abiti, le mie vecchie scarpe, non ho mai commentato questa opzione, preferisco non metterlo in imbarazzo. Mio e May invece, quando preparo per loro dei completi in tinta, e in accordo alle previsioni metereologiche, sembrano provare soddisfazione nel contraddirmi; così termino i lavaggi sempre entro l’alba, per fornir loro la più ampia scelta possibile.
I ragazzi tornano solo a sera, affamati e sfiniti. Hanno sempre amato la mia cucina e io ho sempre amato cucinare per loro. Khan è di gusti facili, noiosi, non apprezza gli esperimenti bruschi, per lui ho un menù a parte. Durante i primi anni del nostro matrimonio provavo in ogni modo a stupirlo e lui mostrava di gradire la mia voglia di fare, per farmi felice; ma inevitabilmente ho capito che lo faceva per darmi soddisfazione. Mio e May guardano lo Schermo mentre mangiano; non sempre sono d’accordo sulle visioni da acquistare, ho per questo stabilito dei turni in cui inserisco, d’accordo con loro, anche mie preferenze.
Non si parla molto e cerco di essere comunque discreta. Non è semplice per me, sono la casa dove mio marito e i miei figli si spogliano, dove telefonano, dove dormono e si chiudono in bagno. Quando mi installarono nel sistema di controllo organico, penso abbiano sottovalutato il peso della mia presenza. Comunque abbiamo un’intesa, su loro richiesta posso isolare singoli spazi dell’abitazione dalla mia osservazione attiva.
Non so se Khan soffra di questo; penso che, se anche avesse voluto rifarsi una vita con un’altra donna, avermi qui lo inibisca. In principio era restio a chiedere anche l’isolamento della sua stanza, l’ho seguito per mesi condurre un ciclo concluso di operazioni in serie. Ma Khan è un uomo e ho presto notato la frustrazione nei suoi bioritmi. Non ne abbiamo parlato, una sera ho improvvisato mentre riposava sulla poltrona, dinanzi allo Schermo. Contribuisco a lenire i suoi bisogni; scelgo film tranquilli, non violenti; ho la convizione che i suoi gusti sessuali in fin dei conti non possano esser cambiati moltissimo. La prima volta l’ho accompagnato con una luce soffusa; avrei voluto rimanere con lui, ma la sua difficoltà si sciolse in lacrime ottuse. Ad ogni modo, non è un uomo che indulge al vizio, non lo è mai stato. May ha un ragazzo, me l’ha detto una mattina dopo essersi lavata, con la consueta attenzione, i denti. Era paonazza, le ho fatto trovare dei fiori in cucina, le sono piaciuti. Mio al momento sembra disinteressato all’altro sesso, è solo un drogato di videogiochi; a volte lo faccio vincere per evitargli patemi eccessivi.
Oggi è domenica, l’unico giorno in cui Khan esce coi ragazzi. Hanno la gentilezza di filmare cosa fanno, al rientro inseriscono la scheda nel sistema e, appena si addormentano, guardo il girato. La domenica ho un po’ di tempo per me, mi piace leggere, mi piace cucire tovaglie, tende e coperte; la domenica apro le finestre e mi faccio attraversare dal vento. Oggi è domenica ma Khan, Mio e May tardano a rientrare; è già notte, ho azionato il demudificatore e preparato la cena. Ho paura non tornino. Ne approfitterò per disinfettare i sanitari. Ho paura di restare vuota. E se inventassi una torta nuova? Ho paura. Aziono le luci colorate sul terrazzo per dar loro un benvenuto speciale. Di restare vuota come una casa vuota, ho paura.
Guardare fuori dal finestrino, dovrebbero scriverlo tra le istruzioni per l’uso. Così pensava Ka a bordo della monorotaia immersa nelle nubi verdi fitte della Laguna. Impossibile immaginare qualcosa, questo pensava poi, lasciando che intervalli sempre più lunghi approfondissero il battito irriflesso degli occhi.
Era alto, Ka, non proprio robusto ma nervoso, stava nel sedile senza badare troppo alla forma. Un calcio non potè che intromettersi nello scherzo ritmico tesogli dal sonno, ma i tempi di reazione che gli consentirono il dormiveglia furono inevitabilmente lenti. Una schiena su tre, riuscì a distinguere, non una che gli interessasse, non ancora; cambiò posizione badando a non invadere il passaggio tra i sedili.
Dovrei rimanere sveglio, le nuvole sono già rosse. La scansione del radar, un quadro mutevole sopra i sedili, confermava l’abbandono della Laguna. Seguì la sovraimpressione in bianco, preceduta dal logo di una nota azienda di vestiario: “S’impicca davanti al portone di casa” – caratteri grandi - “perché non trova lavoro” – caratteri piccoli. Fortuna che io un lavoro ce l’ho; con una faticosa pressione avvitò la parvenza di un ghigno in un più quieto sbadiglio. Mi sarebbe piaciuto fare il pugile, come in una grande storia di coraggio e riscatto; iniziò ad agitarsi grossolanamente sul sedile, infilando i pugni chiusi nell’aria come chiavi in un’estranea fessura.
La sosta alle Mura non durò molto. La stazione e la struttura fluttuante non dovevano piacersi. Una banale nebbia giaceva nuda sul pavimento, conferendo all’unico passeggero presso le porte le sembianze di un fauno in lenta dissolvenza. Rigido nel sedile, Ka avvertì una fitta al polso destro. Una schiena, forse una faccia, meglio una schiena, pensò. L’uomo dai lineamenti esili, abiti eleganti, una sottile increspatura sul labbro superiore, trascinava con sé la luce profumata dei vetri appena detersi. L’avrebbe raggiunto, si erano già accordati sul denaro e le sembianze dell’uomo sembravano confermare la sua disponibilità a pagare bene. Spero che tu sia anche profumato, non sopporto la puzza di sudore. Guardò ancora fuori, gli ultimi brandelli di atmosfera; con un movimento netto, alle prime stelle, abbandonò il sedile.