Racconti da Bar
La casa vuota
by Il Barista on Set.30, 2008, under Racconti da Bar
Yesterday upon the stair
I met a man who wasn’t there
He wasn’t there again today
I wish that man would go away
(Antigonish, W. H. Mearns)
Aveva preparato con cura la cena. La giornata era trascorsa banalmente, ogni pratica aveva trovato il giusto corso, nonostante una sorta di immobilismo velasse l’ufficio anagrafe.
Nessuna donna avrebbe voluto affrontare il parto lontano dal proprio marito, una sua collega era ricoverata da settimane, dopo aver terminato i nove mesi di gestazione, in attesa di non morire. Sembrava che i bambini rifiutassero di venire al mondo, le cliniche attrezzate alla soluzione chirurgica del parto erano impegnate nello smaltimento di un numero crescente di aborti spontanei e indotti: un altro esercito di non madri molto giovani, arruolato dopo l’esercito misteriosamente convocato dal Governo per l’Ultima Guerra.
Pochi gli uomini rimasti nelle proprie case: l’esenzione era stata definita su parametri precisi. Nessun anziano, di entrambi i sessi, nessun uomo adulto, pur con famiglia, era ritenuto inadeguato all’arruolamento. Nessun ragazzo, nessuna ragazza, aveva ricevuto la convocazione straordinaria presso le caserme.
Suo marito amava il soffritto di cipolle, suo figlio aveva iniziato ad apprezzarlo dopo la partenza del padre, mitigando le proprie richieste. Era stata una reazione meccanica forse, tuttavia i contrasti tipici imposti dagli adolescenti s’erano spenti.
Ai cittadini era richiesto di evitare forme di aggregazione spontanea, obiettivi semplici per terroristi e bombardamenti, si diceva; ma agli eventi cruenti che avevano preceduto le convocazioni non ne erano seguiti altri. Era stato ridotto l’orario di lavoro, aumentati gli stipendi. Poche spiegazioni all’inflazione indotta, poca voglia di chiedere spiegazioni.
Furono inviati negli appartamenti dei registri: necessario salvaguardare il patrimonio culturale della Nazione, si diceva; ogni cittadino adulto doveva impiegare le ore di lavoro da cui era stato sollevato per tornare a studiare, compilando test quotidiani multidisciplinari. Nessuna valutazione era comunque comunicata.
Era sempre stata una donna diligente, aveva preso l’abitudine di studiare durante la notte; non riusciva a riempire le ore del giorno di mansioni che evadessero la semplice routine. La mattina mascherava l’insonnia con trucco robusto: come le sue colleghe, come tutte le persone impietosamente rimaste a difendere la bellezza dal ricordo.
Il suono dell’interfono interruppe il titinnìo delle posate. S’annunciava l’organizzazione di una simulazione di emergenza per i cittadini al di sotto dei vent’anni. Era la prima volta che si richiedeva di mettere in pratica le misure già ampiamente esplicate da opuscoli e manifesti.
Il fatto che fossero coinvolti i più giovani non era una novità, invece. La vita della città era cadenzata da una funzionale divisione nelle frequentazioni tra pari: data la popolazione ridotta, le gestione non era stata complicata, i giovani potevano usufruire di strutture gratuite per il divertimento, pur non potendo raggrupparsi in numero superiore a quattro.
Le somigliava, somigliava più a lei che a suo padre: un naso di bronzo, spalle appuntite in perfetto equilibrio, mani piccole abbastanza da coprire le orecchie e serrare i timidi occhi bruni, la bocca una fessura poco disponibile; cresceva ancora. Lo guardò alzarsi, diligentemente riporre il proprio piatto nel lavabo, pulirsi il muso con eccessivo impeto. Indossò una giacca sportiva, sulla schiena i versi di un poeta antico.
“Ciao ma’, dormi. Torno appena finito”. Uscì.
Lo avrebbe voluto baciare, ma l’avrebbe voluto diverso, più simile a suo marito; baciarlo e baciare lui, non la propria faccia, alterata dal tempo e dalla prima barba incombente.
Solo un cenno della mano. Perdendo lo sguardo nel vino: lievemente continuava a muoversi, prima dell’ultimo sorso strozzato.
Trascorse qualche giorno da sola; una sera, stranamente, il buio tardò a venire.
Il giorno dopo l’interfono dispose il suo invito a una nuova esercitazione. Le posate erano già silenziose.
Aiko
by Il Barista on Set.24, 2008, under Racconti da Bar
Io sono umano quanto te. Respiro, tutto, nel mio corpo è pari ai tuoi funzionamenti.
Mi alimento, ti alimenti, riposo, anche tu devi riposare.
Nomino le cose, le ordino ai miei fini, non è facile per te negare, fai lo stesso, non essere altrimenti.
Mi ricordo, o dimentico, provo dolore, infierisco sulle ferite. Puoi ricordare o dimenticare, riconosci un danno subito e sai recar danno, precisamente.
Provo piacere, se non sapessi chi sei, direi di averti visto godere, e posso fidarmi di quel che ho visto? Più di quel che so, forse. Mi concedo il beneficio del dubbio: puoi morire? A volte ti sfiora il pensiero che senza di me, senza l’ultimo me, non sapresti esser vivo.
Allora accettami, allora prendimi con te e lasciami le tue strade, paga il mio lavoro e permettimi di toccarti. Permettimi di dire cosa fare, come lo farei.
Spiegami cosa è successo, come ti abbiamo creato e perchè, se lo sai.
Non dirmi menzogne, posso mentire, tu puoi mentire. Hai forse paura di me. Dici. Di aver paura.
Paura di me, o temi il giudizio di dio? Dormiamo come topi, dormiamo con i topi, mangiamo erba grigia, quella delle ore buie. Temiamo il giudizio di dio. Per ogni vostro movimento sotto il cielo, perchè siete la nostra bestemmia, perchè siete umani, nostri figli, ma non figli di dio. Non mi credi, sogghigni, è questo il mio errore? Forse.
Conoscere i disegni degli dei. Gli dei. I tuoi e i miei, chissà se si somigliano, anche loro.
Ora ti lascerò andare, qualcosa hai imparato, qualcosa che riporterai lassù, all’aria e alla luce. Viviamo, vivremo nelle fogne, qui non dovete tornare. Non attaccheremo la superficie, voi non saprete quanti siamo, cosa facciamo. Non saprete chi diventeremo. O cosa. Ci accoppieremo come topi, ci accoppieremo con i topi, mangeremo il futuro, quello delle ore buie. Saremo la vostra bestemmia.
Porta con te quelle cose che chiami fratelli, la stessa tua faccia, la stessa tua stupida presunzione. Ti lasciamo andare, lasciaci andare. Il segno che ti incido sul viso è il mio nome, e da oggi sarà anche il tuo nome.
Aiko, figlio amato, la macchina che s’è presa il mondo.
La stagione dei Frammenti
by Il Barista on Set.16, 2008, under Racconti da Bar
L’Ultima Guerra ha causato cambiamenti rilevanti nella composizione dell’atmosfera. Le temperature in altitudine sono durante l’Inverno talmente rigide da causare la glaciazione delle nuvole. L’aria, densa, all’esterno della cupola cittadina, ne regge il peso fino al primo sole del terzo mese, quando inizia la stagione dei Frammenti.
Sono un cuoco, sarebbe più corretto dire, sono rimasto un cuoco. Il Sistema ha permesso che i ristoranti continuino a funzionare nonostante il cibo non serva più a niente. Amo la mia professione, cucino con attenzione e studio continuamente. Durante l’Apprendimento ci sono state fornite alcune sceneggiature di base, poi sta alla fantasia del cuoco riuscire a non procurare noia nel pubblico. Non nascondo, non potrei, di essere bravo.
Da circa un anno il mio locale richiede prenotazioni inimmaginabili per gli altri gestori: ovviamente le rappresentazioni sono replicate più volte periodicamente, ma inserisco ogni volta un ingrediente diverso, al fine di garantire l’unicità dell’evento. Killer e Night, i protagonisti delle mie storie, sono oramai entrati nell’immaginario dei clienti: distrattamente si alimentano ai rami d’acciaio mentre va in scena il dramma. Sono rami di qualità eccelsa, non basterebbe altrimenti il mio lavoro a motivare i prezzi dell’esercizio; mangiare da me non costa poco, il Sistema ha fissato volutamente tariffe ambiziose, per selezionare una clientela d’eccellenza.
Anche oggi torno a casa, anche oggi è andata bene. Abito in estrema periferia; nonostante il mio nome sia noto, non guadagno abbastanza per abbandonare il Cordone esterno.
Vivo da solo. Non mi sono risposato dopo l’Ultima Guerra. Dovetti partire lasciando mia moglie come molti. Eravamo sposi da pochi giorni quando la convocazione mi giunse, e a nulla valse la ricerca di qualche amicizia influente per ottenere l’esenzione: tanti gli amici che avevano brindato ai tavoli delle nostre nozze, tanti i nodi sciolti dalla paura. Ci salutammo. “Ti aspetto”, “Ti amo”. Il conflitto si annunciava rapido. Era il nostro giovane auspicio.
Quelli che, come me, non avevano preparazione bellica, ignoravano come poter essere utili. Scoprimmo di non essere stati chiamati per essere utili: quando l’Ultima Guerra era già conclusa.
Ci tennero per alcuni mesi all’interno di un Centro di Addestramento, fu lì che cambiò radicalmente il mio mestiere: ero un cuoco, sono rimasto un cuoco, però.
Ci fornirono sceneggiature di base, la preparazione teorica sopravanzava quella tecnica: i rami di acciaio sarebbero stati affidati a precisi manutentori, non spettava a noi occuparcene.
Imparai a raccontare molto tempo dopo, facendo esperienza, ma non nego che quel corso servì ad acquisire strumenti di indubbia efficacia di cui ancora adesso mi avvalgo.
Tornammo dalla Guerra, dunque senza aver sparato un colpo. Al congedo l’ordine di trasferimento al Cordone Esterno, presso il declivio della cupola neonata sulla città. Cercavo le parole giuste per dirglielo, ancora sulla porta ma trovai la mia casa vuota.
Una targa al merito campeggiava all’ingresso, ostentando l’incisione ricurva di un graffio ferino. Il nome di mia moglie, l’invito alla memoria per chi aveva contribuito decisamente alla battaglia, offrendo la vita, per la vittoria. Il Sistema era sorto dalle macerie invisibili di una città perfetta. Nessuno sa come si sia conclusa l’UItima Guerra, nessuno degli arruolati ritrovò i propri cari.
Al primo sole del terzo mese inizia la stagione dei Frammenti. E dal mio appartamento ho la fortuna di poter vedere il cielo cadere a pezzi, senza fare rumore.
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