Al bar dello sport 4.0

Prospettive & Politica

L’agonia del testo e le serie tv americane

by Il Barista on Apr.12, 2008, under Prospettive & Politica

C'è qualcosa che hanno capito in America, qualcosa di non secondario e tremendamente urgente.
Il proliferare delle famigerate serie televisive è un fenomeno che va al di là del marketing stesso, dell'industria dello spettacolo e del suo futuro.

La serialità non è serialità semplice. Il prodotto che si è imposto sul mercato ha qualcosa di diverso dal romanzo borghese affermatosi nei generi del già dimenticato Novecento. La letteratura di massa intendo, quella pur giovane produzione non sfuggita agli occhi sapienti di Adorno e compagnia, costituitasi in declinazioni di genere significative e non solo formali nel giallo, nel rosa, nel nero.
La serialità televisiva, o forse meglio dire satellitare viste le positive e progressive sorti distributive del menage, apre nuovi orizzonti espressivi significanti: la scrittura di una serie probabilmente è quanto di più attuale linguisticamente e artisticamente si possa rilevare sull'orizzonte dell'immagine in movimento. Non tremino gli aristocratici del cinema, ma si preoccupino di non rimanere al palo. Il fulcro di questa soluzione di continuità, la matrice rivoluzionaria  in questione risiede, a mio parere, nel cogliere il superamento dell'organizzazione testuale, producendo un'esplosione della narrazione "parlata" assai affine al modus comunicandi in essere e a venire.

La diegesi scomposta non è propriamente una novità, il decostruzionismo del flusso storico ha un sapore di deja vu quasi noioso al solo accennarne la forza. Infatti pur cogliendone il monito la testualità pare inevitabilmente essersi ancorata a un revanchismo ottocentesco, entro cui l'essenziale disposizione dei fatti è pervasa di emotiva introspezione quanto di passivo accostarsi alla forma, tendendo alla riproposizione di strutture consolidate e modulari. Testa, corpo, conclusione sono le tessere che sin dalla prima formazione costituiscono la base del puzzle, il sollievo logico del postulato secondo cui l'atto creativo asserve alla riconoscibilità dell'ambiente (linguistico) entro cui la vicenda narrata si genera, nasce, invecchia, muore - possibilmente afferendo a un senso di integrazione e assimilazione.

Questa serialità, sì testuale, si impone a 360 gradi, letterarizzando sostanzialmente le possibilità d'espressione concluse o necessitanti conclusione: un romanzo, un film, sono oggetti forse mai così superficialmente affini nei propri tratti endemici. Tuttavia la sensazione è che una restaurazione di tal fatta, perchè di restaurazione si deve parlare a fronte dei movimenti e dei tentativi di qualche decennio fa, non risponda ai cambiamenti già in atto, già costitutivi riguardanti la narrazione del contesto in cui queste azioni creative si assiedono come un arredamento di basso costo, funzionalità certa, durata incerta. E' scrittura IKEA, è un catalogo di alternative false entro cui circoscrivere sostanzialmente un bisogno da soddisfare ignorando la distanza tra i mezzi a disposizione e l'obiettivo che si impone: la bellezza, la coerenza, la costruzione di un'armonia nello spazio casalingo del tempo libero, quello trascorso tra le mura familiari del senso comune. La serialità televisiva made in USA ha recentemente superato il vincolo del consuming cogliendo le potenzialità - o forse l'esigenza? - di un tessuto stilistico e concettuale diverso, frantumato e composito, esploso ma non ricomposto, ordito di interrogativi e inquietudini non funzionalmente aggregate ma agenti sul punto storico in verticale - immaginando facilmente quanto illustrato prima come un orgoglioso disporre orizzontale del consueto: la puntata non è un capitolo, l'episodio è quanto di più lontano sia immaginabile dalla pagina del romanzo d'appendice.

Prendendo in analisi i prodotti e le loro genesi appare chiaro come la testa, il corpo e la conclusione non siano più gli elementi presi in considerazione se non nella tabella industriale, fisiologica, del prodotto stesso: la scrittura di infiniti incipit è la base entro cui si annida l'evoluzione del testo, mentre l'unità basica costitutiva diventa di per sè opera senza passato e senza futuro. La sceneggiatura è un documento in questo senso chiarificatore: Lost, esempio significativo, non ha conclusione nella mente dei suoi autori, nè sembra avere importanza ne abbia nell'evoluzione del prodotto; Lost non ha una testa ma un primo episodio entro cui si intuisce da subito come gli incipit saranno oggetto di interrogativo e ricerca (dai flashback individuali al motivo originario della crisi); Lost non ha un corpo, uno svolgimento, ma infiniti svolgimenti entro cui l'autore sceglie perseguendo la codificazione di punti, nodi autosufficienti persino in un corpus evidentemente non autoconclusivo.

La scrittura delle serie tv nonostante un simile ardimento - concretizzatosi tra l'altro in logiche opportunistiche affascinanti: il pubblico segue? si continua, il pubblico lascia? si rilancia o si abbandona - sembrano tuttavia al momento catalizzare l'attenzione dei media come sorgente di introiti difficilmente estinguibile e non riducibile a una fase già definita del mercato. Ma una scrittura così articolata perchè risulta, perchè mi risulta così interessante? Probabilmente sono predisposto a subirne la fascinazione, o solo è il dubbio che ci sia una relazione tra la restaurazione formale detta e il Potere smarrito della testualità, incapace di porre in discussione l'ordine vigente - Ordine politico, Ordine letterario - o solo congelata in questa incapacità per la mera finalità di autoconservazione di autorità prive di autorevolezza, in special modo laddove si attribuice alla testualità il Potere che s'ha cura di negare.

Le serie tv americane, intanto, crescono nella complessità che sono in grado di rendere, gestire, restituire, attaccare: e non mi sorprenderebbe che la miopia progettuale, forse tipicamente italiana, forse no, di focalizzare sul grado di innovazione in esse annidato si riveli precursore di una prossima, ulteriore, sudditanza della testualità al visivo, privando la testualità stessa dell'evoluzione da cui non può prescindere per sopravvivere, con tutte le conseguenze che questo sacrificio comporta. 

A. 

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Fuck the Bloggers! (Del Vespa affair)

by Il Barista on Mar.02, 2008, under Chiacchiere da Bar, Prospettive & Politica

Molto brevemente, spero.
Ho un blog da tempo oramai e un minimo di esperienza della rete, lavorandoci ogni giorno.
Una premessa. Ho deciso negli ultimi mesi di seguire in periferia le vicende della cosiddetta blogosfera.
Non conto i visitatori, uso gli aggregatori solo quando mi va, quando ritengo sia utile.

Questo esilio non è forzato. Semplicemente ero arrivato a salire parecchio in certe classifiche ma più andava avanti più mi rendevo conto di come fossero il risultato di una corsa continua, dentro la quale si andava a generare una autoreferenzialità grossolana, cercando disperatamente il link giusto, stringendo relazioni in superficie utili ad alimentare una gerarchia assai consolidata e non sempre rappresentativa di un reale focus di interesse.
Mi sono reso conto quindi che, almeno per quanto riguarda le connessioni italiche, si sia riprodotta nella cerchia -pur numericamente interessante ma solo in senso relativo- dei bloggers un sistema di rilevanza, baronato, che con grande difficoltà sta dietro alla velocità delle informazioni, piegandole invece qualitativamente a un preciso orientamento di settore. Una piramide di relazioni leziosa, in cui le buone idee sostanzialmente sono mattoni per primati vacui e poco utili a sviluppare un onesto dibattito, intendendo come tale un dibattito in cui ogni voce si origina con ugual volume per poi adottare retorica, ma ancor più ingegno al fine della crescita collettiva.

Detto questo: ho seguito finora in silenzio anche il dibattito relativo alla triste esibizione di Porta a Porta di qualche sera fa.

 

E ho letto la lettera inviata con solerzia da un equipe di sensibili esponenti.
Ferma restando la condanna per la superba stupidaggine e la malafede di Vespa e contorni, mi chiedo quale possa essere la ragione di tanto impegno.
Per contraddire cosa? La disinformazione? La disinformazione originata da chi, da cosa? Da Porta a Porta? E per ottenere cosa? La difesa di un diritto, la tutela del progresso, la denuncia di un arretratezza endemica? Ma, mi ripeto, rivolgendosi a chi? A Vespa?

Mi si perdoni la spocchia ma ho l'impressione che lo Zio Marpione del primo canale faccia strike con troppa facilità: e i birilli non paiono patirne, se non in senso quasi post moderno. Parla male Brunone e ferisce con grossolana aggressività: sa bene di cosa sta parlando, almeno sa con precisione quello che più gli interessa. Generalizzare, distinguere in macrocategorie, sentenziare per produrre identità e movimento: fa così persino quando deve parlare del cenone oppenendo abbacchio e capitone.. Ma è bellissimo per i fan dell'abbacchio e del capitone essere alla corte del re.

I birilli dunque sono in posizione e urlano il loro sdegno; la tentazione è forte: vai a vedere che davvero il Bruno nazionale accetti di farci recitare nel suo teatrino.. Neanche un minuto di non amore, diceva Battisti.

Cito un passo della lettera a Vespa:

In molti paesi autoritari i blogger difendono la libertà d'espressione e la democrazia sfidando la repressione e, talora, andando in prigione per questo. Nei paesi democratici i blogger estendono la libera circolazione delle idee, la comunicazione comunitaria e in definitiva la partecipazione alla vita sociale. 

Sia mai che sia negato il valore dei blog, ripeto. Non è in discussione. Ma mi chiedo: perchè deve esser Bruno Vespa, che va in onda di notte col suo discutibile contenitore e ha un target tuttaltro che in età di formazione, a dover esprimere una legittimazione o a doversi redimere per una stronzata o ancor peggio per una supposta lesa maestà? Vespa fa informazione, va bene, Vespa parla a tutta l'Italia, va bene, Vespa dice cazzate, sfido io a dire che non vada bene. Perchè penso che a Vespa per primo interessi relativamente l'etica, e ancor meno la verità che non sia spendibile; altrimenti, conveniamo, non sarebbe Vespa e staremmo a parlare di altro.

Dunque: temo che l'operazione faccia scattare un cortocircuito a due livelli.

Al primo, la rete che se la mena perchè la televisione la snobba, dopo magari invece tante belle pomiciate al buio (e si fa per dire al buio: ne ho pieni i cojoni, dico chiaramente, di forum in tempo reale, sondaggi sul sito di tizio o caio, e ancor più di tutti quelli che.. parlano di internet come una adorabile vecchio rintronato a cui è capitato di trovare i pomodori a poco e te lo ripete allo sfinimento dopo averne comprati 20 kg che andranno probabilmente a marcire).

Al secondo, i wannabe della rete, delle rete locale, perchè la nostra rete italica è assolutamente connotata nel suo mantenersi provinciale dai principi di cui sopra, scorgono una breccia nel salotto bene del re e provano a infilarci lingua, visino e magari persino la coscia, pelosa o no poco importa.

Via, non sto con questa lettera e continuo a sentirmi bene.
Anche se Vespa immagina che mentre scrivo mi faccio una sega.
Tant'è.

A. 

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Veltroni lancia la campagna elettorale

by Il Barista on Feb.10, 2008, under Prospettive & Politica

Il discorso di Veltroni. Splendido.

A. 

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