dic 10

di Yoshimori Kanemori

Un mega riassuntone

Spesso in Jappone il significato dell’espressione “trarre un film da un anime” è piuttosto sfuggente; ci sono ancora molte persone, infatti, convinte che prendere la serie tv, montare in sequenza gli spezzoni salienti e scriverci sopra “The Movie” sia sufficiente per realizzare un lungometraggio vero e proprio. “Alexander – The Movie” rientra esattamente in questa categoria. Se io non avessi in precedenza visto la serie tv, in questo film, te giuro, non c’avrei capito una mazza. O comunque mi sarei messa le mani nei capelli. Più che di un “the movie”, dunque, si tratta di una semplice appendice all’anime, un’allegra e rapida rimpatriata per rinfrescare la memoria senza sorbirsi di nuovo venti episodi a suon di nomi da versione di greco.

“Alexander” è una di quelle rivisitazioni in chiave ucronica che ti lasciano senza parole. Durante la visione si è infatti così occupati a ridere – spesso arrivando a rotolarsi sul pavimento – che commentare immagini e dialoghi con suoni di senso compiuto diventa impossibile. Personalmente, la definirei una delle serie più divertenti che abbia mai visto. Penso che questo capiti soprattutto a chi, come me, ha frequentato il liceo classico. Perché vedere le cose imparate nell’ora di letteratura greca perdere definitivamente dignità nelle mani di un giapponese pazzo è qualcosa che ti riappacifica col mondo scolastico. Una volta il professore mi ha cacciata dall’aula perché gli sono scoppiata a ridere in faccia appena ha nominato gli elefanti di re Dario.

E’ così che Alessandro Magno diventa un freak androgino che va in giro in bikini, fa il bagno in tanga nella sua piscina a forma di mar mediterraneo e con i suoi fidi compagni di scorribande (Tolomeo, Efestione, Clito e Cassandra) si diletta nel mettere a ferro e fuoco il mondo ellenico, mentre sua madre pazza si scopa serpenti di sei metri nei riti orfici e la sua nemesi re Dario di Persia gli manda contro eserciti di elefanti che sputano fuoco dalla proboscide (da qui la risata che quasi mi costò una nota disciplinare). Ma non dimentichiamo i terribili PITAGORICI, in grado – all’occorrenza – di librarsi in volo e trasformarsi in lame rotanti umane, né il cospiratore Aristotele perseguitato dal fantasma di Platone, che gli appare nelle sembianze di Pinguino di Batman avvertendolo: “Non sono uno spettro, sono UN’IDEA…”. 

“Alexander” è assolutamente un cult: fa talmente schifo che non si può non amarlo.

La citazione: 

“STERMINIOOOOOOO!!!”

dic 09

di Masashi Ikeda

La risposta giapponese a Beautiful

Quanti anni sono che l’anime di “Inuyasha” alloggia – di pausa in pausa – nel palinsesto di MTV? Ve lo dico subito: ero appena iscritta all’università quando hanno iniziato a trasmettere la prima serie, e cioè fine 2001. Ora siamo a fine 2006 e l’opera è ancora ben lungi dall’ipotesi di una conclusione.

Questa, più che una recensione, è una supplica: per PIETA’, basta, basta!!! Non ne posso più, ormai il martedì sera salto l’episodio di “Inuyasha” a piè pari; il solo sentire quel nome mi dà la nausea, per non parlare dei duecento film e OAV che MTV propina per tappare i vari buchi di palinsesto.

Il primo cast di doppiatori è fuggito a gambe levate, sono cambiate venti sigle; eppure, all’interno del meraviglioso mondo del demone-cane & friends, saranno passati massimo due mesi dall’inizio dell’avventura. Sono ancora tutti vestiti come al principio, tra loro ci sono gli stessi rapporti che c’erano cinquecento puntate fa, e a distanza di cinque anni accendi la tv e li senti dire SEMPRE LE STESSE COSE, usare gli stessi colpi in combattimento, cercare ancora lo stesso nemico che – probabilmente – non troveranno mai perché a forza di aspettarli ha fatto le radici ed è invecchiato come tutti noi.

Come avevo detto nella recensione di “Il bosco delle sirene“, ogni volta che un manga di Rumiko Takahashi diventa un anime succede il patatrac; “Inuyasha”, invece, oltre a essere il fumetto più rappresentativo dell’autrice (condensando le due anime di Rumiko, quella cupa e quella umoristica), era anche partito alla grande come anime: bel character design, belle animazioni, bel ritmo. Peccato che si è trattato di un viaggio senza ritorno. Interminabile. Che palle.

Kagome ama Inuyasha che però ama Kikyo ma anche Kagome, Kikyo sembrava morta mentre poi è tornata a sorpresa e ama ancora Inuyasha, ma a quel punto Inuyasha ha capito che vuole Kagome la quale invece non vuole Kikyo tra le palle; Sango ama Miroku ma Miroku ama tutte le donne del mondo, però ama anche Sango che tuttavia lo vuole tutto per lei e giù a schiaffoni e martellate sulla testa, e poi arriva Sesshomaru che non ama nessuno però odia Inuyasha che è suo fratello ma è un mezzodemone, anche se in realtà non si odiano del tutto e poi arriva la piccola Rin che rende Sesshomaru più buono; e dietro tutto questo c’è Naraku che è il responsabile della separazione di Kikyo e Inuyasha e sta ancora là dopo 50 anni a girarsi i pollici aspettando che Inuyasha si vendichi del torto subito ecc ecc ecc ecc ecc…

“Inuyasha”, la risposta giapponese a Beautiful.

La citazione:

“…A CUCCIA!!!”

dic 09

Haibane Renmei di Yoshitoshi ABe

Dagli autori di “Serial Experiments Lain”

Una ragazza, dopo un interminabile sogno nel quale precipita dal cielo, si risveglia in un enorme bozzolo. Uscita dal bozzolo, trova all’esterno un mondo popolato da strane persone con ali e aureola, di cui si ritrova provvista lei stessa. Rakka (questo il nome che le viene assegnato) non ricorda nulla del proprio passato; ma chi sono realmente gli Haibane, cioè i ragazzi e le ragazze nelle sue condizioni? Cosa significa il sogno che ognuno di loro ha fatto prima di uscire dal bozzolo? Perché è assolutamente proibito loro varcare le mura della città di Glie, microcosmo nel quale si ritrovano a vivere? Come sono arrivati lì, chi erano prima di diventare Haibane?

Mi sarebbe impossibile parlare di “Haibane Renmei” senza tirare in ballo il finale. Come si sarà intuito dalla sinossi qui sopra, l’anime in questione punta moltissimo su certe domande, che – presumibilmente – troveranno soluzione nella conclusione. Perciò, il mio giudizio si basa in gran parte su ciò che mi ha lasciato la rivelazione finale; di conseguenza, se non avete visto la serie e siete intenzionati a farlo senza spoiler, vi basti sapere questo: secondo me, comunque ne vale la pena. Resta un’opera migliore di tanta altra roba che si trova in giro. Dopo che l’avrete vista, se ne avete voglia, tornate qui nel mio Angolo e discutiamone insieme.

Ergo, se rientrate nella categoria di cui sopra, non proseguite nella lettura di questa recensione.

Attenzione, seguono SPOILER.
Sì, insomma, non prendiamoci per il culo: se tu tiri su una storia basata su presupposti del genere, significa che ti stai implicitamente giocando molto sulla spiegazione finale. Cioè chi sono gli Haibane, dove vanno quando ascendono in cielo e così via. Significa che stai facendo a me spettatore una promessa, e che io arriverò all’ultimo episodio soprattutto perché tu la mantenga. Questo vuol dire che o strutturi l’opera in modo che questa spiegazione finale sia superflua, o – non ci sono cazzi – me la devi dare. Perchè raccontarmi tutta la storiella di Rakka e le sue amiche nel loro limbo incantato, farmi arrivare con la bava alla bocca all’episodio tredici e poi risolvere tutto con un finale che dice tutto e niente e mi lascia comunque a colmare le lacune con le mie intrerpretazioni personali, io lo chiamo “paraculata”. Cioè: è vero che la maggior parte degli elementi a mia disposizione lascia intendere che ’sti benedetti Haibane sono tutti morti, ma non è sufficiente. E comunque, per ogni indizio che sembra suggerire una spiegazione, ce ne sono altrettanti che la confutano.

Probabilmente gli autori hanno pensato che rivelare chiaramente tutto ciò che c’è dietro avrebbe comportato un alto rischio di banalizzazione; cosa che, da una parte, è anche vera. Ma l’alternativa, in questo caso, è essere troppo inconcludenti.

La citazione:

“Se una persona si sente in colpa, non è colpevole. Sai risolvere questo enigma?”