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L'estate dei morti viventi - John Ajvide Lindqvist“Perché camminava in punta di piedi se era una cosa così ridicola? Perché l’impossibile esiste al limite estremo dell’esistenza. Il più piccolo movimento sbagliato, il minimo disturbo e può succedere qualcosa. Il ridicolo può trasformarsi in qualcosa di terribile”.

Così riporta la quarta di copertina del secondo romanzo di John Ajvide Lindqvist, già talentuoso autore di Lasciami entrare.
Ho affrontato questa lettura con buona predisposizione, senza dubbio: ed è un bel rischio, perché si può rimanere delusi quando le aspettative sono molto alte. Ed è quello che ho un po’ rilevato in rete: le recensioni si snocciolano tiepidine, e mi viene il dubbio che questa zombie-story manchi della propulsione che la pellicola ben realizzata da Tomas Alfredson aveva assicurato.

Mi sono congedato dall’ultima pagina pocanzi: la scrittura di Lindqvist mi affascina e colpisce, portandomi in un universo di tristezza verosimile, quasi uno specchio di quel che vedo andando al lavoro, tornando a casa, ma in una stanza dalla luce oltremodo perfetta, iperreale.

Non mi dilungherò nell’elencazione delle vicende che il romanzo affronta; ho trovato un’ottima recensione, a mio vedere, e la segnalo, a mano di Lenny Nero.
L’unica cosa che voglio ribadire è che non serve essere appassionati di horror, cosa che non sono, per apprezzare la penna di Lindqvist. Può anzi esser vero il contrario: lo scrittore svedese si discosta fortemente dai topoi del genere, piegandolo a una trattazione originale e ambiziosa; un foglio lucido imposto sulle strade consuete, gli consente di disegnare macchie scure discrete, ombre civili, piegando il sovrannaturale costretto all’asprezza di un romanzo realista.
La pubblicazione è, felicemente, per i tipi dell’Editore Marsilio.

gen 11

effyAltro genere di tv-series che seguo con una certa costanza è quello del teen drama: quei prodotti aventi come focus particolare gli anni a ridosso dell’adolescenza ma che durante le stagioni tendono, con differenti gradi di successo, a seguire i protagonisti fino all’età adulta.
Lo snodo tra gli anni della scuola – che possono agevolmente sfruttare la localizzazione dello script in contesti piuttosto contenuti- e quelli più dispersivi dell’università è spesso cruciale se non fatale, tanto che la gestione del passaggio presenta differenze sostanziali. Ci sono produzioni che optano per un avvicendamento dei protagonisti, altre che propongono cesure piuttosto nette. L’opzione non è raro sia legata al desiderio degli attori di cambiare aria e non rimanere intrappolati per un decennio in un carattere che potrebbe strozzare un’eventuale carriera altrove.

Uno dei casi più emblematici è sicuramente One Tree Hill. Nel 2009 la serie ha proseguito nel raccontare le vicende dei personaggi dopo il salto temporale avvenuto al termine della quarta stagione che ha portato il plot direttamente all’età adulta. Con una novità sostanziale: non ci sono più Lucas e Peyton, i due personaggi più carismatici, protagonisti della prima fase dedicata agli anni della scuola superiore. Un trauma per i fan senza dubbio. E la settima stagione, partita lo scorso autunno, ha arrancato parecchio; quando già la quinta e la sesta avevano stemperato il successo di un teen drama coinvolgente, capace di utilizzare con misura lo sfondo sportivo (il basket nello specifico), e di trattare temi complessi.  Al giro di boa della mid-season, il bilancio potremmo comunque considerarlo positivo: sono stati introdotti nuovi personaggi (col problema di conferirgli un background credibile e consistente), sono state portate avanti storylines probabilmente già stiracchiate giocando sull’affezione pregressa, fondendo a ogni modo vicende di amore a amicizia tradizionali con riflessioni non banali su vita, morte, colpa, redenzione. Probabilmente il maggiore peso di cui soffre OTH è un contesto estraneo alla contemporaneità nella persecuzione di successi professionali fin troppo semplici, laddove quattrini e status sociale paiono prerogativa di un novello, improbabile ombellico del mondo.

Veniamo a note più liete: anche Friday Night Lights ha deciso di non esaurirsi con l’ultimo anno di scuola dei suoi protagonisti. Molti sono stati i congedi, e qualcuno ancora lascerà il cast. Le vicende del piccolo centro Dillon, Texas, trovano però continuamente nuova linfa in uno script molto solido e la quarta stagione si sta sviluppando tra i consueti consensi di pubblico e critica. Ovviamente non mancano le sottolineature dei passaggi più ovviamente tecnici, che pure occorrono perchè una scrittura seriale rimanga in piedi: la divisione della cittadina in due scuole contrapposte per provenienze sociali e colore della pelle è chiaramente una forte semplificazione, tuttavia rimane funzionale e vivace l’evoluzione di vecchi e nuovi protagonisti. In questo caso il passaggio dei “vecchi” lascia progressivamente spazio alla narrazione delle esperienze dei nuovi liceali, soluzione simile a quella adottata, più bruscamente, in Skins.

La terza stagione della britannica Skins era ugualmente quella della svolta: esauritesi nel 2008 le estreme vicissitudini di Sid Jenkins e soci, lo script decide di seguire la sorella minore di Tony Stonem, Effy, negli anni della sua adolescenza. Il contesto è sempre quello grigio di Bristol; le tonalità, alternativamente acide e cupe, si confermano lungi dalle confezioni patinate stellestrisce. Eppure qualcosa è cambiato: la scrittura sembra privilegiare uno sguardo sarcastico, forse assumendo come punto di vista principale lo stesso disincanto dell’affascinante Effy (così come era naive quello di Sid, predominante nella prime due eccezionali stagioni). il salto insomma si percepisce, ma non ne risente di certo la qualità degli episodi, interpretati in maniera indiscutibilmente eccelsa anche dai giovani attori subentrati lo scorso anno, in perfetta continuità.

Ancora tra le vecchie conoscenze. Smallville, più sci-fi probabilmente che teen, giunta alla sua nona stagione; rimesta nel torbido direi,  reintroducendo le inestimabili minacce di Zod,  ma presenta nel 2009 un plot in parte convincente. Il timore è quello di una seconda parte di stagione deludente come la passata, snocciolatasi nei primi mesi del 2009 in modo sconfortante.

Tre le omissioni di questo discorso e una new entry, infine. Non seguo Greek, non seguo Gossip Girl, non seguo più Kyle xy -nè potrei, dato che è stata conclusa. Nei primi due casi non ce l’ho fatta a farmi piacere due prodotti che rilevano un buon riscontro di pubblico, ma connotati da una sostanziale frivolezza: il primo più spiccatamente volto alla commedia, il secondo alla cronaca rosa, senza per me presentare elementi di originalità, dialettica, prospettiva. Kyle xy invece s’è perduta tempo fa, in una diegesi noiosa, pedante, confusa. Stanca e stancante.

Il ruolo della new entry è deputato a The Vampire diaries. Be’, storie di vampiri al liceo, roba già vista forse. Ma nella sua prima midseason ha saputo incuriosire oltre il patema classico del melodramma amoroso, utilizzando un’iconografia comunque particolare nella presentazione del tessuto sociale umano e non umano in oggetto.
Probabilmente TVD ha solo preceduto comunque la visione di Glee, che mi propongo di recuperare. Si segnala altra serie debuttante da me trascurata: Make it or break it, a proposito delle sofferenze sportive ed extrasportive di una squadra di ginnaste.

gen 10

timthumb.phpIndubbiamente con un certo trasporto, ho scritto la recensione di The Big Bang Theory, come al solito ormai, per TvZapper.
Una sit-com che consiglio di seguire in versione originale: evitate il doppiaggio italiano, imbarazzante e avvilente.
Un estratto dalla recensione, che qui si può leggere interamente:

Faccio un passo indietro doveroso: ritengo la commedia un genere assai spinoso. Va da sè che far ridere è cosa assai complessa. Ma il termine comedy, o commedia quindi, ha radici antiche e mi piace considerare la più grande Commedia mai scritta come un interessante riferimento. Dante spiegò di aver scelto il suo titolo per due precise ragioni: la Commedia narra di una vicenda prima difficoltosa, poi volta a lieto fine; e inoltre consente un linguaggio medio, comprensibile, dal punto di vista stilistico anche nella trattazione di temi alti. The Big Bang Theory parte da un presupposto… assolutamente coerente con la logica dantesca.
La comparsa di Penny nelle vite di Leonard, Sheldon, Rajesh e Wollowitz produce l’umoristica contrapposizione di due modelli speculari, in modo sottilmente doloroso: quattro geni, quattro studiosi con un buon stipendio e buone prospettive di incidere nella Storia, confinati però da un senso di inadeguatezza sociale; una ragazza bella e attraente, immediatamente desiderabile, incapace di realizzare l’ambizione di essere un’attrice e per questo costretta a fare la cameriera in un fast food.
Eppure lo straniamento che crea il vederli accanto, intrecciare un’amicizia o qualcosa in più, produce da subito l’effetto catartico del sorriso. E se ci si può aspettare che tutti da questa vicinanza guadagnino qualcosa di buono, ciò nonostante rimane il timore/desiderio di una pia disillusione; perché il connubio non diventi farsa e il sorriso non affoghi nella noia. In quest’equilibrio virtuoso The Big Bang Theory è una commedia, scritta “divinamente”.