Stargate SG-1
by Elly on Gen.25, 2007, under Chiacchiere da Bar
di Brad Wright e Jonathan Glassner
Star Trek ai tempi moderni
“Stargate SG-1″ rientra in quella categoria di telefilm tratti da film precedentemente usciti al cinema; in questo caso la serie è basata sul lungometraggio di Roland Emmerich del 1994, e riprende le avventure dei protagonisti facendone dei militari avventurieri in missione tra svariate civiltà aliene. Al colonnello Jack O’Neill e al dottor Daniel Jackson (qui interpretati da Richard Dean Anderson - sì, proprio lui, McGuyver - e quel fighetto di Michael Shanks) si aggiungono Samantha Carter, scienziata dell’esercito, e Teal’c, un fuggitivo alieno intenzionato ad aiutare gli umani per salvare la propria gente dalla minaccia dei terribili Goaul’d.
Giunta imperterrita alla decima stagione (traguardo toccato da non molte serie) e addirittura sdoppiata in una serie “figlia” (”Atlantis”), a “Stargate SG-1″ non si può tuttavia riconoscere il merito di aver mantenuto, con il film d’origine, fondamentali assonanze. Diciamo che le generalità dei due protagonisti (nome, grado e mestiere) sono rimaste le stesse, così come alcuni personaggi di contorno (come Sha’uri o Ska’ara); tuttavia, il carattere di O’Neil e Jackson è stato stravolto al fine di trasformarli in un duo che potesse funzionare in formato televisivo e seriale. Il primo, da taciturno traumatizzato, è diventato un brizzolato e sarcastico buontempone; il secondo, da sfigatissimo archeologo, è diventato un gran figo fascinoso e agguerrito. Per questo mi domando come mai non abbiano semplicemente inventato due nuovi protagonisti, invece di scomodare quelli vecchi e adattarli in modo forzato alle esigenze del piccolo schermo.
A essere serializzati, oltre a ai protagonisti, sono anche gli eventi relativi lo Stargate e i viaggi attraverso di esso; scoperte nuove rotte e nuovi pianeti nelle cui vicende politiche ficcare il naso (visto che sulla Terra abbiamo poche gatte da pelare), l’esercito americano crea un’apposita sezione chiamata SG, di cui l’SG-1 è appunto la prima squadra operativa. Ci sono poi il Generale capo, severo ma pronto a perdonare ai suoi pupilli reati da corte marziale immediata, la dottoressa comprensiva e amicona che rattoppa l’SG-1 e cura alieni dall’anatomia che è un terno al lotto, il Colonnello invidioso e arrivista che mette loro i bastoni tra le ruote e tanti alienazzi vari, buoni o cattivi che siano, tutti di aspetto antropomorfo e tutti che parlano, tra loro o nelle riunioni galattiche, inglese fluente.
In sostanza, potremmo dire che “Stargate SG-1″ è uno “Star Trek” dei tempi moderni. La globalizzazione dell’universo (resa possibile dagli stargate) ha reso superflui i lunghi spostamenti nello spazio, consentendo di rompere le palle a placide civiltà aliene nel più totale comfort; sebbene stavolta si ammetta (senza troppa convinzione) che E’ POSSIBILE che ci siano civiltà superiori alla nostra, lo sfoggio di patriottismo e bandiere americane che garriscono ovunque è pressapoco lo stesso; poi ci sono i corrispondenti moderni dei Klingon, cioè i famigerati Goaul’d, con la differenza che, invece di essere gorilloni simil-sovietici, sono tutti egizianoidi pronti a sacrificarsi in nome [rullo di tamburi] della loro fede religiosa extra-strong.
Molti personaggi, poi, presentano numerose similitudini con la ciurma di Kirk:
-Teal’c è una specie di Spock che ha eseguito la fusion con Notorious Big (ha pure le orecchie a punta, toh); anche lui porta l’ombretto, non capisce l’umorismo terrestre e quando è perplesso alza il sopracciglio.
-Carter è una sorta di Scotty con le tette; le basta dare un’occhiata a complicatissimi
motori alieni per capire in un istante dove è il danno e come ripararlo (per via della sua laurea in FISICA, ahahahahahahahahahahaha).
-la sopracitata dottoressa ha la stessa abilità di McCoy nel curare senza alcun problema alieni che magari hanno i testicoli sulle dita delle mani, e che potrebbero essere sterminati in massa dai virus contenuti in una singola goccia di mocciolo umano.
-poi c’è una manciata di gente assimilabile a Pavel Checov, ovvero l’archetipo di quei personaggi di cui non ricordi mai la faccia nè lo scopo ma che non possono morire perchè ormai tutti hanno imparato a memoria il nome.
Il punto su cui voglio andare a parare è che tutto ciò rende Stargate, come Star Trek,
suscettibile di quell’amore incondizionato che può venire solo da certa categoria di appassionati. Lungi da me fare paragoni azzardati con la storica serie di Roddenberry, ma il meccanismo che scatta nello spettatore è simile.
Premesso che faccio parte di quella categoria che ama incondizionatamente, mi è impossibile non fare qualche appunto obiettivamente necessario per recensire questa serie.
Uno: è troppo lunga. Capisco che il tema dell’esplorazione offre spunti infiniti,
ma purtroppo il nostro tempo su questo mondo non lo è altrettanto.
Due: è ripetitiva. Sempre gli stessi schemi, nemici tutti uguali, niente colpi di scena
(giusto ogni tanto accoppano un personaggio e due puntate dopo lo resuscitano tipo Dragonball). Alla fine sembrano annoiati anche gli sceneggiatori, tanto che molti episodi, da un certo punto in poi, sono sbolognati direttamente al cast (che li ha scritti e diretti).
Tre: solita sindrome dei protagonisti immortali. Loro sono bravi, loro capiscono tutto,
loro sfilano tra laser e proiettili senza mai fare la fine di una groviera.
Quattro: è troppo, troppo americana.
Non è che la serie sia stata realizzata male (certi episodi, per esempio, sono davvero belli); ma è anche normale che un qualunque talento, se diluito in così tanto brodo, alla fine scompare. Sarebbe stato meglio realizzare qualcosa che non dovesse contare solo sull’effetto guilty pleasure in una ristretta cerchia di fan, ma che, come appunto il lungometraggio di Emmerich, fosse in grado di soddisfare anche chi non tiene un blog in klingoniano.
La citazione:
“Ho apprezzato molto che tu sia venuto a trovarmi in un momento del genere. Davvero, Daniel.”
“Beh, ecco, veramente, Jack… abbiamo tirato a sorte. E io ho perso.”
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