di Matt Reeves
Un film non molto credibile
“Cloverfield” fa parte di quel genere cinematografico inaugurato anni fa da “The Blair Witch Project”: partendo dal finto ritrovamento di un video amatoriale girato in una situazione di emergenza estrema e, in entrambi i film, soprannaturale o giù di lì (in questo caso, la distruzione di Manhattan a opera di un mostro gigantesco) sviluppa la pellicola attraverso riprese in soggettiva dell’operatore che fugge, si nasconde e regala inquadrature fugaci e ad effetto.
La telecamera in mano questa volta è tenuta da un giovine newyorkese che, insieme al suo branco di amici insopportabili, abbandona un elegante loft in festa mentre il suddetto mostro rade al suolo palazzi e grattacieli.
Bocciare “Cloverfield” tout court sarebbe fuori luogo visto che, nonostante sia minato alla base da assunti inconcepibili, resta un film con un suo perché. La tensione è sviluppata in modo grandioso, l’effetto “riprese amatoriali” è perfetto e ha anche quel gusto un po’ retrò nella tematica principale (il godzilla che emerge dalle acque e attacca la città) che non può non fare la gioia di un appassionato di fantascienza.
Tuttavia, l’idea che un ragazzo con una telecamera in mano passi i momenti più terrificanti e disperati della sua esistenza anteponendo l’amor di cronaca alla propria salvezza non regge neanche per cinque minuti, rendendo la visione del video una sequela infinita di “Seh, vabbé”. Che l’istinto di documentare gli accadimenti avrebbe solleticato chiunque è credibile, ma nel momento in cui gli eventi precipitano e inizia la vera battaglia per la sopravvivenza, costellata tra l’altro di incisi drammatici, è assolutamente irrealistico immaginare altre reazioni se non quella di scagliare la telecamera lontano e darsela a gambe il più veloce possibile. Lo stesso vale per tutte quelle sequenze in cui il protagonista salta o si arrampica tenendo sempre la telecamera in mano, oppure, invece di aiutare amici sanguinanti o traumatizzati, stà lì come un idiota a puntargli l’obiettivo in faccia.
A questo poi si aggiunge una scelta dei protagonisti davvero pessima, a partire dallo stesso ragazzo che manovra la telecamera, insopportabile come pochi; anche i suoi compagni sono talmente odiosi e poco credibili che se ne desidera la morte fin dalla prima scena, i soliti ventenni ricchi e coglioni che in un horror sarebbero stati spazzati via alla terza inquadratura.
“Cloverfield” è quindi un film godibile per alcuni versi, ma davvero inaccettabile per altri, e ho paura che questo secondo aspetto finisca per avere la meglio.
La citazione:
“Cos’è QUELLO?”