nov 06

Non fatevi spaventare dal mio solito fiume di parole: il pamphlet di Luciano Canfora è quasi più breve della mia recensione, ed è una lettura, se non piacevole dato l’argomento, sicuramente istruttiva.

Luciano Canfora: il professore di greco che tutti i liceali vorrebbero avere (in mancanza di Moana Pozzi e Riccardo Scamarcio!).

nov 06

di Luciano Canfora

Luciano Canfora è un filologo e grecista di fama internazionale, e un interprete lucido e attentissimo dell’attualità (qualcuno lo avrà visto ospite di “Otto e mezzo”). Inoltre, è la dimostrazione vivente che gli studi classici, condotti con rigore e realismo, servono davvero a qualcosa.

“Esportare la libertà” è un’opera breve, pamphlet più che saggio, e si serve di alcuni episodi storici per gettare una luce nuova sui fatti di oggi.
La guerra del Peloponneso e la rivoluzione francese: quale liceale non è stato perseguitato da nomi e date mandati a memoria e pronti a essere resettati appena finita l’interrogazione? Soprattutto, quale studente non si è chiesto, prima o dopo: a che mi serve sto vecchiume?

Ebbene, Canfora prende delle vicende note e stranote e ci dimostra che non sono note manco per niente: dietro le date e i patronimici, ci sono moventi e situazioni complessi, attualissimi, di cui, aggiungo io, siamo tenuti all’oscuro quasi deliberatamente dal sistema di pubblica istruzione.

Il conflitto fratricida tra Sparta e Atene per il potere imperiale si portò dietro una retorica brillante: da parte spartana si affermava di voler ridare la libertà agli alleati di Atene sottomessi dalla prepotenza della città egemone; da parte ateniese, si sbandierava la propria buona fede sulla base del fatto che, pochi anni prima, Atene aveva sconfitto i Persiani, evitando il giogo a tutta la Grecia (ah, le guerre persiane, “noi uomini liberi contro loro poveri schiavi”: prima di Bush, Pericle). Entrambe le fazioni però – chi prima, chi dopo – ricorsero all’oro persiano per farsi la guerra, e in questa contrapposizione frontale persero sostanzialmente tutti.

Anche la rivoluzione francese, nata dalla retorica di liberazione dal giogo di quella classe nobiliare che fu la prima a permettere l’avvio ai malcontenti, si autosabotò nel momento in cui decise di scendere in guerra per “portare la rivoluzione” nel resto d’Europa: di questa bandiera di liberazione si farà alfiere Napoleone, niente meno che un futuro imperatore.
La parola al grande Robespierre: “L’idea più stravagante che possa nascere nella testa di un uomo politico è quella di credere che sia sufficiente per un popolo entrare a mano armata nel territorio di un popolo straniero per fargli adottare le sue leggi e la sua costituzione. Nessuno ama i missionari armati.” E ancora: “Non ho bisogno di dirvi che è proprio durante la guerra che (…) il governo copre con un velo impenetrabile i suoi latrocini e i suoi errori.” Touché.

In poche, rigorose pagine, Canfora riesce a farci apprezzare le nenie snocciolate dai sussidiari (qui è l’appassionata di storia che parla). Dopo queste considerazioni, però, Canfora getta una luce anche sulla storia che NON ci insegnano, quella che i programmi ministeriali stipano all’ultimo anno e che le scuole, in eterno ritardo, accennano en passant dopo i pipponi sulla prima guerra mondiale: la rivolta d’Ungheria e la decennale guerra in Afganistan sono vicende emblematiche, la prima del fallimento di una retorica comunista basta sull’oppressione diffidente più che sul coinvolgimento, la seconda dei clamorosi errori dei governi statunitensi, che per non darla vinta al comunismo hanno impedito per cinquant’anni la formazione di governi laici e progressisti negli stati arabi, e hanno foraggiato quei fondamentalisti religiosi che sembravano stare ai loro giochi, ma poi gliel’hanno messo nel culo. Vorrei vedere!

Da leggere attentamente, inoltre, l’appendice al volume, dove Canfora riporta una lettera di papa Pio IX (è datata 1879, rivolta ai Francesi, perché invadessero Roma e stroncassero gli insorti della Repubblica Romana) e la lettera scritta dall’ayatollah Komeini a Gorbaciov (a puro fine di screzio). A parte la sinistra somiglianza tra le due lettere, troveremo anche argomenti e toni moooolto usati anche oggi…

Insomma, consiglio vivamente a tutti i lettori del Bar dello Sport (dato che nel mio blog non ci viene più nemmeno mia madre:-P) di attaccare il piccolo libro di Canfora, e berselo fino all’ultima goccia. I cosiddetti corsi e ricorsi della storia ci regalano una bussola valida per capirci qualcosa di più sull’attualità internazionale, e per renderci conto che alla fine le cose sono sempre quelle, in una circolarità che non romperemo, fino a che non saremo in grado di guardarci indietro veramente per analizzare dove abbiamo sbagliato fin’ora.

Piccolo P.S.: Canfora accenna solamente, in apertura dell’opera, alla triste vicenda della Repubblica Romana, nata da un’insurrezione del 1848 dei giacobini romani, e stroncata nel sangue a opera delle truppe della repubblica “ex rivoluzionaria” francese, che preferì ignorare la sorellanza ideale e accontentare la richiesta di massacro del papa. È una vicenda importante, commovente, quasi dimenticata dalla storia, e per chi volesse saperne di più, Corrado Augias le dedica un lungo capitolo nel suo bel libro “I Segreti di Roma” (capitolo intitolato “Fratelli d’Italia…”).
Del “gioco” internazionale sul martoriato suolo afgano, invece, parla anche Umberto Eco in “A passo di gambero” (“Ritorno al grande gioco”), parlando diffusamente dello stesso saggio al quale Canfora accenna.

I libri vi interessano ma non li trovate in libreria? Non avete nelle immediate vicinanze una biblioteca? Scrivetemi e ve li spedisco io, sotto giuramento che me li rimanderete indietro una volta letti!

set 18

Al bar ospitiamo un intervento straordinario della nostra collaboratrice Daisy, che presenta un punto di vista diverso sulla questione Grillo&co., di recente attualità anche tra i nostri tavoli.


Nel post precedente, il barista ha scritto delle parole stupende: “Un tempo, neanche tanto lontano, fare politica voleva dire studiare, sviscerare le questioni, scegliere dei progetti, confrontarli e modificarli, immaginare un futuro e rileggere un passato, aggredire il presente per cambiarlo alla luce di un’idea maturata con dedizione, lentezza, passione condivisa, dubbi, rischi.”

Questo scenario è bellissimo, ma secondo me non è realistico: è la politica come la vorremmo, non come è mai effettivamente stata. “Un tempo”, Moro si faceva i cazzi suoi con tutta la DC, Giolitti spostava camere e poltrone come se il parlamento fosse casa sua, i piemontesi hanno distrutto lingue e culture a suon di militari, mazzette e appalti governativi, con la scusa di unire il paese.

La mia modesta opinone è che quello a cui il barista si riferisce non attiene la politica (purtroppo!) ma la filosofia, e il luogo deputato dei filosofi è, semmai, la disciplina storica: la politica è una combinazione di scelte tecnico-amministrative guidate da principi etici di riferimento (o meglio dovrebbe esserlo, dato che ora consiste nel magnà).

I “grilli”, come sono stati soprannominati, cominciano a sembrare un nuovo movimento di massa, parlano, discutono, si attivano per scelte importanti: lotta al precariato (questo blog è molto sensibile all’argomento!), energia pulita, consumo consapevole, conseguenze disastrose dell’indulto, lotta al clientelismo, alla mafia, all’inadempienza di leggi approvate e mai messe in pratica, e molto altro. I meetup nati sotto l’egida di Beppe Grillo sono il primo esempio, in Italia, di un movimento d’opinione partito dal basso e organizzatorsi attraverso i mezzi offerti dalla rete: se non fosse così, Grillo magari non l’avrebbe cavalcato e starebbe a Zelig (ma ne dubito in ogni caso, seguo da sempre gli spettacoli di Grillo e di cose importanti ha sempre parlato, la differenza è che ora è passato a un ruolo più attivo).
La proposta di liste civiche è, al momento, la proposta più pulitamente e squisitamente politica di cui ho sentito parlare, altro che PD de sto cazzo! (questo per ribadire che non sono radical-CHIC :-P ).

Nel bene o nel male, siamo una società di massa: e un movimento di massa ci serve, e un leader di massa, magari anche un po’ populista. Di massa, ma non massificato: questa è la sfida che dovremmo raccogliere anche noi blogger, discutendo come stiamo facendo qui, contestando, pensandoci su. Però secondo me sarebbe un peccato tirare una riga su tutta la faccenda e autoescludersi da un movimento che, con un apporto anche critico ma partecipativo, può migliorare se stesso e la vita di tutti.

Daisy