Altro genere di tv-series che seguo con una certa costanza è quello del teen drama: quei prodotti aventi come focus particolare gli anni a ridosso dell’adolescenza ma che durante le stagioni tendono, con differenti gradi di successo, a seguire i protagonisti fino all’età adulta.
Lo snodo tra gli anni della scuola – che possono agevolmente sfruttare la localizzazione dello script in contesti piuttosto contenuti- e quelli più dispersivi dell’università è spesso cruciale se non fatale, tanto che la gestione del passaggio presenta differenze sostanziali. Ci sono produzioni che optano per un avvicendamento dei protagonisti, altre che propongono cesure piuttosto nette. L’opzione non è raro sia legata al desiderio degli attori di cambiare aria e non rimanere intrappolati per un decennio in un carattere che potrebbe strozzare un’eventuale carriera altrove.
Uno dei casi più emblematici è sicuramente One Tree Hill. Nel 2009 la serie ha proseguito nel raccontare le vicende dei personaggi dopo il salto temporale avvenuto al termine della quarta stagione che ha portato il plot direttamente all’età adulta. Con una novità sostanziale: non ci sono più Lucas e Peyton, i due personaggi più carismatici, protagonisti della prima fase dedicata agli anni della scuola superiore. Un trauma per i fan senza dubbio. E la settima stagione, partita lo scorso autunno, ha arrancato parecchio; quando già la quinta e la sesta avevano stemperato il successo di un teen drama coinvolgente, capace di utilizzare con misura lo sfondo sportivo (il basket nello specifico), e di trattare temi complessi. Al giro di boa della mid-season, il bilancio potremmo comunque considerarlo positivo: sono stati introdotti nuovi personaggi (col problema di conferirgli un background credibile e consistente), sono state portate avanti storylines probabilmente già stiracchiate giocando sull’affezione pregressa, fondendo a ogni modo vicende di amore a amicizia tradizionali con riflessioni non banali su vita, morte, colpa, redenzione. Probabilmente il maggiore peso di cui soffre OTH è un contesto estraneo alla contemporaneità nella persecuzione di successi professionali fin troppo semplici, laddove quattrini e status sociale paiono prerogativa di un novello, improbabile ombellico del mondo.
Veniamo a note più liete: anche Friday Night Lights ha deciso di non esaurirsi con l’ultimo anno di scuola dei suoi protagonisti. Molti sono stati i congedi, e qualcuno ancora lascerà il cast. Le vicende del piccolo centro Dillon, Texas, trovano però continuamente nuova linfa in uno script molto solido e la quarta stagione si sta sviluppando tra i consueti consensi di pubblico e critica. Ovviamente non mancano le sottolineature dei passaggi più ovviamente tecnici, che pure occorrono perchè una scrittura seriale rimanga in piedi: la divisione della cittadina in due scuole contrapposte per provenienze sociali e colore della pelle è chiaramente una forte semplificazione, tuttavia rimane funzionale e vivace l’evoluzione di vecchi e nuovi protagonisti. In questo caso il passaggio dei “vecchi” lascia progressivamente spazio alla narrazione delle esperienze dei nuovi liceali, soluzione simile a quella adottata, più bruscamente, in Skins.
La terza stagione della britannica Skins era ugualmente quella della svolta: esauritesi nel 2008 le estreme vicissitudini di Sid Jenkins e soci, lo script decide di seguire la sorella minore di Tony Stonem, Effy, negli anni della sua adolescenza. Il contesto è sempre quello grigio di Bristol; le tonalità, alternativamente acide e cupe, si confermano lungi dalle confezioni patinate stellestrisce. Eppure qualcosa è cambiato: la scrittura sembra privilegiare uno sguardo sarcastico, forse assumendo come punto di vista principale lo stesso disincanto dell’affascinante Effy (così come era naive quello di Sid, predominante nella prime due eccezionali stagioni). il salto insomma si percepisce, ma non ne risente di certo la qualità degli episodi, interpretati in maniera indiscutibilmente eccelsa anche dai giovani attori subentrati lo scorso anno, in perfetta continuità.
Ancora tra le vecchie conoscenze. Smallville, più sci-fi probabilmente che teen, giunta alla sua nona stagione; rimesta nel torbido direi, reintroducendo le inestimabili minacce di Zod, ma presenta nel 2009 un plot in parte convincente. Il timore è quello di una seconda parte di stagione deludente come la passata, snocciolatasi nei primi mesi del 2009 in modo sconfortante.
Tre le omissioni di questo discorso e una new entry, infine. Non seguo Greek, non seguo Gossip Girl, non seguo più Kyle xy -nè potrei, dato che è stata conclusa. Nei primi due casi non ce l’ho fatta a farmi piacere due prodotti che rilevano un buon riscontro di pubblico, ma connotati da una sostanziale frivolezza: il primo più spiccatamente volto alla commedia, il secondo alla cronaca rosa, senza per me presentare elementi di originalità, dialettica, prospettiva. Kyle xy invece s’è perduta tempo fa, in una diegesi noiosa, pedante, confusa. Stanca e stancante.
Il ruolo della new entry è deputato a The Vampire diaries. Be’, storie di vampiri al liceo, roba già vista forse. Ma nella sua prima midseason ha saputo incuriosire oltre il patema classico del melodramma amoroso, utilizzando un’iconografia comunque particolare nella presentazione del tessuto sociale umano e non umano in oggetto.
Probabilmente TVD ha solo preceduto comunque la visione di Glee, che mi propongo di recuperare. Si segnala altra serie debuttante da me trascurata: Make it or break it, a proposito delle sofferenze sportive ed extrasportive di una squadra di ginnaste.