Bene, iniziato il 2010, abbozzo un breve bilancio del 2009 sul versante delle tv-series.
C’è da dire che sono abbastanza restio a tuffarmi sulle novità; tendenzialmente aspetto. Mi piace verificare la vita delle tv-series sul medio periodo, quindi queste indicazioni sono più che altro relative al mio personale 2009.
DRAMA
Direi che questa categoria è sicuramente preponderante nei miei interessi. Abbiamo avuto delle conferme di indubbio livello qualitativo, sorprendenti rinascite, decisive cadute.
Il 2009 è stato l’anno della conclusione di Battlestar Galactica. Dopo aver promosso per quattro stagioni riflessioni mai scontate dal punto di vista politico, filosofico, sociale, la serie forse più rivoluzionaria della fantascienza moderna è stata costretta a planare su un finale poco incisivo, ammantato di sospetti riferimenti new age, deludente per la maggior parte dei fans. Forse era inevitabile, tanta la carne messa già al fuoco, difficile tirar le somme con coerenza omnicomprensiva. Sempre nel 2009 inoltre è stato lanciato il pilot di Caprica, un prequel atteso con malcelato timore. La produzione ha tuttavia molta fiducia nel prodotto e ha proposto i primi due episodi prima in dvd, poi in visione gratuita sul web.
Altri capisaldi hanno retto: House Medical Division, si è difesa al meglio, oscillando tra cadute di ritmo fisiologiche per la ridotta ampiezza della storyline, e vette indimenticabili, specialmente in chiusura e apertura di stagione: la follia, la paranoia, la dipendenza di House stanno progressivamente offuscando l’irridente cinismo di un tempo e questo intriga senza dubbio.
Ugualmente in media Dexter, ripetitiva e noiosa per chi scrive sin dagli albori, tuttavia portata avanti nella quarta stagione con la convinzione di continuare a costruire e modificare il piano morale del “social” killer.
Assolutamente indiscutibile è il pregio di Mad Men: un vero gioiello, l’epopea di Don Draper. Mai un accento fuori posto, una scrittura incisiva e attenta a evitare luoghi comuni da cancrena, l’America del passato confessa contraddizioni e lascivie. Recitata con maestria, condotta con sapienza, Mad Men funziona tanto da intrigare Martin Scorsese, prossimo al debutto in una tv-series ambientata negli anni del Proibizionismo, Boardwalk Empire.
Poi Breaking Bad, che nel marzo 2009 concludeva la sua seconda stagione, si rivela un prodotto penetrante e corrosivo, di alto livello. Metti un malato terminale di cancro a produrre anfetamine… e aprirai una finestra su paure e pulsioni mai finora esaminate. Da (continuare a) vedere per lo sguardo spietato con cui dettaglia ogni paradossale peripezia del caro Walter White.
Si è risollevata dal buco nero in cui era presto precipitata Grey’s anatomy: siamo stati a lungo annoiati da sbaciucchiamenti patetici, ma la sesta stagione ha concesso nuovi orizzonti di approfondimento; psicologie imbalsamate tornano a vivere al di fuori degli innumerevoli coiti interrupti.
Qualche nota in negativo per Desperate Housewives. La quinta stagione, in onda nella prima metà del 2009, ha rimestato strutture narrative oramai consuete, tematiche ingiallite nei dintorni di Wisteria Lane e viene il dubbio che si avverta un po’ di stanchezza. La nuova stagione, in corso dallo scorso autunno non l’ho ancora iniziata, il che è significativo. Anche per Cold Case si rischia di raschiare il barile: tagliati i fondi alla produzione, porta avanti un filo conduttore esile e flessibile, pur concedendo di tanto in tanto ottime storie.
Veniamo alla serie rivelazione: True Blood, alla sua seconda stagione. L’ho seguita nell’incipit con pigra prevenzione (la prima stagione non mi aveva per niente convinto), finendo invece per essere esaltato dall’intelligente sarcasmo con cui son riusciti a rendere la metà oscura dell’anima stellestrisce. I vampiri sono stati il tormentone dello show-business, ma mai come in questo caso sono stati un’occasione per raccontare la più prosaica delle realtà sociali, toccando i temi dell’integrazione, un topos senza dubbio, ma arrivando anche a insidiare la società dei consumi, dei riti (e del sesso) di massa.
E LOST? Seguire Lost per me è un dovere, quasi come leggere i Promessi sposi a scuola; pur ricevendo in cambio probabilmente molto meno genio. Dunque, vivo e lascio vivere: per me è una solenne martellata sugli zebedei ogni episodio, ma a questo punto ci si approssima alla fine, dopo anni vissuti di rendita per un’idea assolutamente splendida e una tecnica di scrittura che ha introdotto sommovimenti imprevedibili nel mercato e nel genere.
La bocciatura senza revoche è destinata a due nuove serie.
Flash forward, del medesimo J.J. Abram: una serie patinata, noiosa, priva di originalità e carisma, imperneata sulla medesima destrutturazione della diegesi di Lost ma giunta fuori tempo massimo, quando il giocattolo di legno sbiadisce al confronto delle alternative sugli scaffali.
The forgotten, poi: dalla medesima produzione di Cold Case, propone un gruppi di civili alla ricerca di identità ignote. I singoli episodi presentano elementi d’interesse, ma il cast di protagonisti è pedante e bulimico, Con un Christian Slater pontificante e fuori posto, tanto da sopire qualsiasi dimensionalità dello script.
Concludo con due note british&seventies.
Un prodigioso recupero dalle serie del passato, colpevolmente perduta ai tempi della messa in onda: Life on Mars, nella sua originaria edizione britannica, un vero capolavoro, imprescindibile per gli appassionati della serialità televisiva. Tutto in Life on Mars concorre alla realizzazione di un meraviglioso affresco, in cui l’immaginazione e le necessarie tecniche affabulatorie pongono le basi di un entarteinment maturo e affascinante (successo testimoniato dagli infiniti adattamenti localizzati, tra Stati Uniti, Spagna e… tremano i polsi…Italia). In onda nel 2009 lo spin-off Ashes to ashes, meno dirompente e misurato l’impianto forse, ma di certo interesse.
Sempre made in GB, ma questa volta primizia del 2009, è stata l’ottima trasposizione dei romanzi di D. Peace, Red Riding: miniserie in tre lungometraggi, impegnativa ma di chiara estrazione cinematografica, narra delle malversazioni della polizia nello Yorkshire tra la fine degli anni ‘70 e gli anni ‘80. Se Life on Mars copriva un lasso di tempo appena precedente usurfruendo di stilemi poetici e fantasiosi, Red riding non concede nulla al palato, proponendo una desolante sintesi delle aberrazioni del Potere, in ogni sua pruriginosa sfacettatura.
A.
gennaio 7th, 2010 at 21:08
La terza serie di mad men e’ stata spettacolare e con un grandissimo finale. Ma tu quante serie vedi?????
gennaio 7th, 2010 at 22:11
Eh, quando mi appassiono a qualcosa tendo a non aver misura! Fortuna che continuo a trovare motivi di curiosità.. In effetti queste sono solo una parte di quelle che seguo…
A.