La casa vuota Shimajiro Potty Training
ott 08

Here I am, after so many years
Hounded by hatred and trapped by fear
I’m in a box, I’ve got no place to go
If I follow my mind, I know I’ll slaughter my own.

1900, 1908, 1916, 1924, 1932, 1940, 1948, 1956, 2004.
Ogni otto minuti, mordo la coda del sonno.
Sogni intermittenti a intervalli regolari. Mi sembrano sinceri.
Credo di aver capito qualcosa, mi sbaglio, forse no, è sera su questo non ci sono dubbi.
Faccio la solita doccia evitando di guardarmi, torno nudo sul letto anonimo della mia camera, una 331 qualsiasi. Un leone ripetuto sulla diagonale della coperta. So dove sono e che ore sono, un buon inizio. Televisione, freddo, ronzii. E’ l’aria.
Per ricominciare a bere adesso mi servono ancora due, tre cose: i vestiti, il bar, una sedia.
Provvedo.

-Versami un Barboun, se puoi usare un bicchiere da cocktail mi fai un favore.-
Odio i clichè, ma bevo solo whiskey. Il barista si vendica della mia richiesta offrendomi un cono dalla profondità infinita, verde. Accetto con ironia, ci mancherebbe.
23. Dunque cosa ho capito.
Ho capito intanto che non si vedono in giro donne. E questo è difficile non notarlo. Ho capito anche che se avessi la metà dei miei anni non sarei stato arruolato e non sarei tornato qui, trovando la mia città deserta, sotto una cupola: non sono solito cedere ai rimpianti, tanto meno per la mia stupida giovinezza, non è mia abitudine ed evidentemente non ho torto. Rimpiango magari qualche bella fanciulla con la metà dei miei anni: vedere e non toccare ovvio, non solo ricordare. Il whiskey scende troppo velocemente sulle pareti del basilico, mi brucia la lingua.
-Scusa capo. Ma per avere compagnia, verso che ora..-. Chiedo con ingenuità impropria.
Il barista è più giovane di me, ma non di molto. Contiene un cranio enorme dentro un paio d’occhiali robusti d’osso, per sua fortuna. In un certo senso la sua risposta mi sorprende. Troppo tardi, qualche tardona arriva prima di cena e poi va via verso le nove.-Evidentemente non è così- gli dico; perchè è appena entrato nel locale il mio clichè di donna.
Senza fatica, l’aspetto al banco. Eccola, non può ignorarmi. Deve ordinare qualcosa, non c’è servizio al tavolo, e io sono qui tra lei e il barista. Nessun movimento nel locale, qualcuno dorme sul suo bicchiere, evidentemente meno scomodo del mio. Dalle pareti il funky, maldosato, cola a riempire gli innumerevoli posti vuoti, inscenando una festa poco credibile.
-Ciao…-. La semplicità è il mio forte. Aiutata da un odore irresistibile.
Sorride, che altro potrebbe fare. Le metto una mano intorno alla vita, una bella ragazza, finalmente.

2308. Fare lo sciocco in un locale con mia figlia, bellissima mia figlia, anche lei scomparsa nell’Ultima guerra. Fare lo sciocco con lei in un locale. Devo parlarle e capire. Ancora qualcos’altro, ancora un altro po’. Non mi alzo, cambio solo posizione e mi concentro, spero di ritrovare quel bar. Incontro spesso mia figlia lì; sto lentamente dimenticando sua madre. Nel viso della mia piccola rivedo solo la posizione incauta dei suoi zigomi, ma sempre più sbiaditi, levigati. L’ho potuta vedere una volta, mia moglie, per otto minuti. L’ho riconosciuta con difficoltà, non abbiamo parlato: smagrita, correva su una piattaforma meccanica alimentando un enorme giradischi al lamento di Gill Scott Heron.
Sogni intermittenti a intervalli regolari. Credo siano sinceri.

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