Once (commento a un amico) Nana
ago 26

Mi sto curando. Non trovo però soluzione alle conseguenze dei miei capogiri, dei miei raggiri profumati di incenso. Mi odio, ti odio, li odio e sono un palo conficcato nella neve che saluta le automobili lasciando correre desideri elettrici. Ti prego ascoltami, se non saprò dirti cosa voglio dirti, ti prego ascolta il mio pensiero, ignora le mie parole, nella mia testa alloggia un sapore che non posso cancellare, non posso bruciare via.

Ha controllato più volte di aver caricato tutti i file del giorno, ma non è stato sufficiente. E’ il primo giorno al Centro di Addestramento di secondo livello, approdo consueto per i diciottenni di tutto il Globo, destinazione meno solita per un ex bambino di quindici anni, considerato dai Vertici già pronto per la fase successiva nella formazione del Sistema. Teso, aspetta la monorotaia, vergognandosi del suo sudore.

“E’ la prova che sei ancora vivo” gli diceva sempre quando partivano insieme per il primo livello, sorridendo delle chiazze estremamente visibili, noiosi sermoni domenicali sotto le ascelle. “Vado via, mi mandano al secondo livello”, tremando come sempre tremava. “Ah, sei proprio un capoccione. Va bene, vorrà dire che presto sarai un mio insegnante e allora mi passerai le soluzioni dei test!”. Non ne avevano più parlato, le ultime giornate del suo primo livello erano trascorse senza particolari eventi da ricordare.

I vagoni ugualmente ampi, ma più affollati. Trova posto vicino a un ragazzo molto alto, assorto nell’interazione con un film dinamico. Un viso storto, non bello quanto avrebbe potuto essere o quanto, solo, sarebbe stato.
Nel prender posto gli urta il gomito. E quello, avvedutosi del suo arrivo, non può che sorprendersi. “Hai sbagliato binario, questo va al secondo livello, lo sai? Sei piccolo”. Non gli risponde, mostra solo il tesserino, arrossendo. “Capisco, bruci le tappe. Chi te lo fa fare amico?”. Torna al suo film.

Si erano visti anche durante le settimane di distensione, giornate vuote riservate agli aventi diritto al passaggio. Lo aspettava al ritorno dal corso, facevano la strada insieme: gli scherzi tra i vecchi compagni cadenzati in uno spartito allegro. E i Vertici, i test e tutto quanto il resto.

Mi solleva la sensazione il rumore delle stoviglie. Riesco ancora a decifrare chiaramente il peso delle pentole lavate da mia madre. Ti scrivo, ti scrivo e ti scriverò perchè ogni rigo lo riscrivo mille volte. Dimentico cosa voglio dirti, dimentico cosa sono, come sono diventato. Raccontarti la mia malattia è un sano gesto di egoismo, anche questo lo sai? Mi appunto le frasi sconnesse, credo sia importante continuare a rapirle come quando strappavamo i ricci delle castagne in agosto, troppo presto, a volte no.

“Scendiamo qui, dai muoviti”. Non gli risponde, conosce il percorso. Indugia, fino all’ultimo sobbalzo del vagone, l’attimo che l’avrebbe potuto scoprire steso, addormentato, portato lontano incosciente.

“Non ci voglio andare, non voglio andare al secondo livello”. “Piagnone, guarda che se potessi andarci io lo farei”. Poi gli aveva messo una mano sul ginocchio. L’Ordine dei Lancieri, piloti di navi da combattimento molto in alto nelle gerarchie sociali ai tempi del Conflitto, sprofondati in un basso anonimato con l’affermazione del Sistema. L’effigie sul palazzo, il solito tragitto prima della divaricazione interna, le scale. “Vorrei venissi anche tu”. “Smettila, ho un paio di disegni da mostrarti”.

La sede del secondo livello è lucida e trasparente, questo aumenta il suo imbarazzo. I compagni lo guardano con curiosità, qualcuno gli chiede di presentarsi, non gli risponde. Per evitare altre domande, rende  disponibile il suo tesserino a tutti in consultazione. E nasconde il sudore stringendo le braccia; se sudare vuol dire essere vivi perchè solo io sudo così? Perché gli altri non sudano come me?

L’aria. E’ come leggenda. Quella dei più celebri esploratori dello spazio. L’aria d’incanto non mi appartiene e allora o sono dio o nulla. Padrone di cosa, se non dell’aria, tanto da poterne fare a meno, cacciarla via quando sono annoiato e voglio restare solo, fare le mie cose. Non so disegnare, non so disegnare e non mi dispiace. Perchè se potessi vedere quello che vedo. Penso che perderei anche questa necessità di scrivere a tenermi sveglio. Pensa, pensa. Mi dico. Pensa e non tagliare le frasi prima di nove mesi, prima di vederle sane, abbracciarle e dar loro un nome.

Aveva deciso di rifiutare la promozione. Glielo comunicò con un messaggio notturno. Il giorno dopo rivedersi e ancora per tutti i giorni a venire.

Il test di ingresso molto semplice e il resto ugualmente sottile. Fraternizzare quanto prima coi compagni in quanto anche quello era un elemento di valutazione del Programma.

La tua simulazione d’esistenza era stata cancellata, la tua famiglia aveva ricevuto un nuovo prototipo. Forse avevano trovato i tuoi disegni, forse avevano intercettato il mio messaggio. Un’ipotesi dunque senza sviluppo la tua. Questo ricordo e scrivo senza difficoltà, quando non riesco andare avanti lo scrivo per divincolarmi dalla presa del vuoto. Cosa mancava allora, tutto quel che mi manca adesso. Mi sto curando, la pagina risponde ok, procedi con la terza pasticca verde, che sa di fluoro. Procedo. E aspetto si asciughino le chiazze sulle mani che non posso non guardare, continuando a scriverti, ancora un po’.

Il ritorno, più rapido dell’andata. La monorotaia più riguardosa.
La sera si impone decisa apparecchiando il viale.
Entra in casa: un dardo a sigillargli la gola. “Com’è andata?”, gli chiedono invano.

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One Response to “Sudore”

  1. nu Says:

    Molto bello, mi venivano in mente i disegni di Miyazaki.
    Sarebbe una stupenda trama per un anime.

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