Vivrò per sempre e mi sento un luogo comune.
Che farò, ha un senso per me il futuro? Impazzirò non riuscendo a dare valore al tempo? Patirò la pena di veder morire le persone che amo, compirò i crimini più efferati non temendo castighi o resistenze, potrò saltare da altezze inverosimili o lanciarmi nel fuoco?
Sono immortale da sempre. E scanso con chiara difficoltà le banali conseguenze di questo status.
Cerco di non stare troppo a lungo nello stesso posto; quando mi sono trattenuto stabilendo relazioni tanto intime da consentire un sospetto è sempre finito tutto a puttane. Salvare una donna bellissima donandogli il cuore? Chi non lo farebbe? Io l’ho fatto, strappandomelo con le mani dal petto. Me n’è rispuntato un altro, ma intorno s’era sparso tanto sangue quanto veleno. Mi atterrisce il fragore degli occhi strabuzzanti. E il lamento di una folla che mi adora furiosa: mi adora, come magica riserva di pezzi da trapiantare.
Il segreto consuma, ancor più se condiviso. Quando mi sono concesso una confidenza sigillata dal riserbo ho ottenuto servi fanatici o amici gelosi, il cui abbandono era fratello della dipendenza che maturavano, odio misto a necessità di esser privilegiati dalla mia vicinanza.
Così non ho una casa, nè una famiglia. Non so se posso aver figli immortali. Finora l’unico che ho avuto me l’hanno scagliato in un fossato, appena nato. È morto. La madre al risveglio mi ha chiesto perchè. E io non ho saputo risponderle. Non ho avuto altri figli. Nè prima nè dopo quella sciagura.
L’immortalità mi permette di non mangiare per sopravvivere ma ho un gusto e sento la fame. Ho provato le droghe, tutte credo, ma alla distanza mi hanno annoiato. Non disdegno di bere però, mi piacciono le feste in compagnia allegra, corteggiare una donna senza troppe timidezze. Lavoro; so fare molte cose. Ho accumulato enormi ricchezze nei secoli, potrei anche non far nulla. Ma è l’ansia di ridurmi a un vizioso avizzito che mi porta nelle fabbriche, o nei campi, alla fatica. Il lavoro è custode del tempo, mi piace crederlo; così, almeno finchè ne ho voglia, mi spezzo la schiena.
Quante epoche ho visto passare? Non penso di poter ricordare tutto, cerco di selezionare le cose che mi interessano altrimenti l’eternità sarebbe insopportabile. Prendo note, ho tatuato sulla schiena le macchie lunari di Galileo; sul collo invece un bucaneve.
Ma poi sarà vero che non morirò mai? Mi chiedo anche se per equilibrare la mia presenza l’universo non preveda anche un uomo che non vivrà mai. Se lui venisse al mondo, forse, toccherebbe a me morire. Credo sia un’ipotesi che abbia poco senso. Sono l’Immortale: non posso smettere di esserlo. Posso smettere di pensare alle cazzate invece, questo sì. E cercare di dormire, almeno fino a domani, almeno stanotte.