C'è qualcosa che hanno capito in America, qualcosa di non secondario e tremendamente urgente.
Il proliferare delle famigerate serie televisive è un fenomeno che va al di là del marketing stesso, dell'industria dello spettacolo e del suo futuro.
La serialità televisiva, o forse meglio dire satellitare viste le positive e progressive sorti distributive del menage, apre nuovi orizzonti espressivi significanti: la scrittura di una serie probabilmente è quanto di più attuale linguisticamente e artisticamente si possa rilevare sull'orizzonte dell'immagine in movimento. Non tremino gli aristocratici del cinema, ma si preoccupino di non rimanere al palo. Il fulcro di questa soluzione di continuità, la matrice rivoluzionaria in questione risiede, a mio parere, nel cogliere il superamento dell'organizzazione testuale, producendo un'esplosione della narrazione "parlata" assai affine al modus comunicandi in essere e a venire.
La diegesi scomposta non è propriamente una novità, il decostruzionismo del flusso storico ha un sapore di deja vu quasi noioso al solo accennarne la forza. Infatti pur cogliendone il monito la testualità pare inevitabilmente essersi ancorata a un revanchismo ottocentesco, entro cui l'essenziale disposizione dei fatti è pervasa di emotiva introspezione quanto di passivo accostarsi alla forma, tendendo alla riproposizione di strutture consolidate e modulari. Testa, corpo, conclusione sono le tessere che sin dalla prima formazione costituiscono la base del puzzle, il sollievo logico del postulato secondo cui l'atto creativo asserve alla riconoscibilità dell'ambiente (linguistico) entro cui la vicenda narrata si genera, nasce, invecchia, muore – possibilmente afferendo a un senso di integrazione e assimilazione.
Prendendo in analisi i prodotti e le loro genesi appare chiaro come la testa, il corpo e la conclusione non siano più gli elementi presi in considerazione se non nella tabella industriale, fisiologica, del prodotto stesso: la scrittura di infiniti incipit è la base entro cui si annida l'evoluzione del testo, mentre l'unità basica costitutiva diventa di per sè opera senza passato e senza futuro. La sceneggiatura è un documento in questo senso chiarificatore: Lost, esempio significativo, non ha conclusione nella mente dei suoi autori, nè sembra avere importanza ne abbia nell'evoluzione del prodotto; Lost non ha una testa ma un primo episodio entro cui si intuisce da subito come gli incipit saranno oggetto di interrogativo e ricerca (dai flashback individuali al motivo originario della crisi); Lost non ha un corpo, uno svolgimento, ma infiniti svolgimenti entro cui l'autore sceglie perseguendo la codificazione di punti, nodi autosufficienti persino in un corpus evidentemente non autoconclusivo.
Le serie tv americane, intanto, crescono nella complessità che sono in grado di rendere, gestire, restituire, attaccare: e non mi sorprenderebbe che la miopia progettuale, forse tipicamente italiana, forse no, di focalizzare sul grado di innovazione in esse annidato si riveli precursore di una prossima, ulteriore, sudditanza della testualità al visivo, privando la testualità stessa dell'evoluzione da cui non può prescindere per sopravvivere, con tutte le conseguenze che questo sacrificio comporta.
A.
aprile 12th, 2008 at 20:50
Ecco…la tua analisi è perfetta e …complimenti per il freestyle del post precedente!
Yo fratello!
;D
aprile 20th, 2008 at 02:17
Completamente d’accordo. Le serie TV sono diventate un’occasione di sperimentazione creativa, sia visiva, sia testuale. Non so quanto ci vorra’ a dargli un grado di “rispettabilita’” che al momento non sembrano avere. Ma sono un’occasione di esplorare un tempo e una complessita’ che il cinema “canonico” non puo’ replicare.