Al bar dello sport 4.0

Recensione: Moby Dick di Latella e Albertazzi

by Il Barista on Ott.23, 2007, under Arti & Digitali

Una recensione doverosa. Premetto di non essere un addetto ai lavori. Ho studiato Brecht e ovviamente i tradizionali autori italiani che un percorso letterario inevitabilmente propone/impone.
Dunque non propriamente un critico, ma uno spettatore interessato e con qualche riferimento estetico.
Sabato scorso sono stato al Manzoni di Pistoia (interessante programmazione e prezzi modici per la galleria, peccato che sia così in alto da essere indicata sulle rotte aeree) ad assistere all’adattamento di un testo che ho molto amato negli anni in cui mettevo le premesse di molti ragionamenti adulti: Melville ci donò con Moby Dick un mastodontico simulacro alla finitezza dell’uomo dinanzi al suo desiderio, riuscendo a essere tremendamente contemporaneo nella contestazione di un relativo inappagante, quello di Achab dinanzi alla sua esistenza se priva della balena bianca.
Lo spettacolo di Latella lo attendevo forse con ingenuità e dabbenaggine: sarebbe bene documentarsi maggiormente prima di uno spettacolo. Ma sarebbe ancor meglio dotarsi di biglietti da possidenti perchè sin dal meraviglioso incipit “Chiamatemi Ismaele”, cancrena già dolorosa del nominale sfregiato, quello che poi ho scoperto essere un astro nascente, tal Matteo Foschi, stentava totalmente a rendersi udibile. Una delusione sferzante quei primi faticosi dieci, venti minuti di parole perdute. E la domanda: chi ha colpa? Forse io che non posso spendere più di 11 euro? Fatto sta che questo problema ha aggravato per due ore e venti una resa che nel testo e nelle contaminazioni del testo aveva sicuramente posto profonda ricerca. Con quale risultato, però. Mi si dirà: ma se non hai ascoltato. No. ho letto il labiale forse e forse un minimo le mie reminiscenze da cultore mi hanno supportato. Così gli son stato dietro. Arrivando a sospettare che dinanzi mi si stesse presentando un presuntuoso affresco petulante, un’arringa cosparsa di divagazioni metatestuali come un’insalata indigesta perchè eccessivamente pinta, un ingordo approdo transoceanico sfiorante il ridicolo allorquando il registro epico cadesse tramortito in appendici di inconsistenza ritmica e formale (rapporto Ismaele-Quiqueg).
Per quanto ho riconosciuto, senza fatica vista la celebrità dei passi scolastici, c’eran di mezzo Dante, Shakespeare e lo Stabat Mater, poi ho scoperto anche Kerouac e altri che non ricordo. Per non parlare del linguaggio dei muti, scelto per innovazione grammaticale e contrizione lessicale (la parola non basta, ma no!??) o per ovviare alla difficoltà diegetica dei più intensi nodi cruciali del romanzo? Ma non c’erano già straordinarie tracce da seguire e inseguire nel testo melvilliano, che paradossalmente appare già più attuale dell’adattamento di Latella? Tornerò su questo punto.
Albertazzi non sembra che aggravare questo calderone. Interpreta Achab con personalità innegabile, la caratura dell’artista è tale da permettergli di piegare il Capitano del Pequod a una debolezza parossistica, ma la sua resa così moderna, così essenziale non può che apparire un compromesso fuori tempo massimo nell’epoca dell’uomo-dio che progetta il collasso di ogni futuro possibile. altra responsabilità è quella del creativo che dinanzi al potere del Dio che sbuffa e s’annega non può continuare a piangere e annichilire le virili ipotesi di un afflato se non magistrale, quanto meno più onestamente critico, se non avanguardista, quanto meno più arditamente allusivo.
L’uomo non è chino, Achab è non è piegato, almeno non più: si ciba di sangue e conoscenza, non guarda Moby Dick con stanca ossessione, ma ne fa brandelli guardandola, falsa, dentro uno specchio.
Latella e Albertazzi non hanno, a mio parere, corso alcun rischio, navigano a vista e quello che ho visto m’è parso un Alla ricerca di Nemo per palati assai fini, nobildonne e gentiluomini della borghesia accondiscendente cui temo di non poter che appartenere. Poco più.

A.

[tags]moby dick, albertazzi, latella, teatro, recensione[/tags]

7 comments for this entry:
  1. dania

    Sempre chiedere prima agli amici teatranti, e POI comprare il biglietto! 11 € regalate ad un prosaico teatro di prosa che non invecchia neppure, è già morto e sepolto!
    Albertazzi è un vecchio trombone, Faust uguale a Achab uguale a Amleto: interpreta sé stesso con voce impostata. Almeno lui ha rispetto della galleria, al contrario dei giovani tromboni, neppure capaci di far arrivare la voce alla terza fila di platea.
    Latella storicamente non ha mai rischiato granché, men che meno adesso che ha la pagnotta assicurata dall’ETI, sa quelle tre cose e quelle tre cose mette in scena.
    Scommetto che avevano portato tutto: luci, scenografia, costumi, trucco, l’ego sparato a palla…ci mancava solo il teatro.
    Queste persone si scordano sempre la cosa più importante…
    E coi soldi dei contribuenti. E senza un minimo di passione.

  2. HelenaRed

    Oh mio Dio! Anche il Teatro? Ditemi di no, vi prego.
    Non è possibile…
    Ma cosa si salva in Italia, eh?
    Cosa?

    aiuuuutoooooooooo!

    P.S. Prima di allarmarmi sulla riforma dell’editoria via web io attendo gli sviluppi. E peggiora mi carico le valige già pronte e parto. Parto subito!
    ;D

  3. Il Barista

    @dania
    Grazie per il pur doloroso contributo..
    @Lizzy
    Eeeeh.. Guarda io non mi allarmerei per una supposta imbavagliatura dei bloggers.. Quello che mi sembra preoccupante è ben denunciato da Punto Informatico: la facilona improvvisazione con cui, senza riguardo alcuno, è stato firmato un decreto legge assolutamente inaccettabile e pericoloso. Poi, come sta avvenendo, sono sempre stato sicuro che ci sarebbero state ritrattazioni e correttivi.. ma il re non è solo nudo.. oramai è spellato!

    A.

  4. pimpiu

    La Sacralità del Teatro.
    Il resto è silenzio.

  5. zan

    Salve a tutti, aggiungo un post a questo blog con qualche ritardo dovuto al fatto che sono andato solo ora a vedere Moby Dick di Latella al Teatro del Sole di Bologna.
    Ho studiato scenografia all’Accademia di Venezia e il mio docente, Gabris Ferrari, ci ha insegnato che, a volte, per fare una scenografia basta una sedia se ben illuminata, bisogna darle però un significato. Purtroppo Latella di questa piccola indicazione non sà che farsene e quindi si è impegnato anima e corpo a riempire di elementi la scena, e non solo a livello scenografico, ma anche a livello di testo e il risultato era quantomeno stucchevole. Troppi elementi estranei al testo, a volte sembrava di assistere ad un minestrone composto da ottimi ingredienti ma cucinato da un cuoco non all’altezza di raggiungere lo scopo voluto.
    Albertazzi è bravo, fatto innegabile, e il resto della compagnia non era male; ma le scelte di regia, un’agonia di due ore e venti.
    Il fatto che intedesse Achab e il suo viaggio come un viaggio verso la conoscienza lo si poteva evincere evidenziando alcune parti del testo melvilliano, a cosa serviva farcire il tutto con Dante e Shakespeare? Quando sono uscito dal teatro ho pensato che è stato bello sentire Albertazzi recitare il monologo dell’Amleto e parte del XXVI della Divina Commedia, ma non avevo fatto 160km per quello, volevo assistere a Moby Dick e ciò non è successo.
    Un’altra cosa mi ha insegnato il mio amato professore, di andare a vedere anche gli spettacoli brutti per far crescere lo spirito critico e, cercare, di non fare gli stessi errori.

  6. Il Barista

    @zan
    Benvenuto e grazie per le tue impressioni!
    A.

  7. rosanna

    il teatro è magia e alla magia non si comanda. Mi sono vergognata all’uscita di aver avuto dei cedimenti del capo all’indietro con respiro pesante proprio in alcuni momenti topici tipo il Mitico KING GEORGE che recitava l’Amleto! però questo succede quando sono due ore che ti dibatti sulla poltrona volendoti appassionare senza riuscirci e sanguinando per quegli attori a loro modo eroici e meravigliosi che sapevano recitare, cantare, mimare che…. insomma avevano provato migliaia di volte per darti qualcosa di eccezionale!
    Se il teatro fosse solo competenza, basterebbero le scuole, è andata così, stavolta liberi tutti!

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