Al bar dello sport 4.0

Poseidon

by Elly on Set.07, 2007, under Chiacchiere da Bar

di Wolfgang Petersen
Catastrofe fast-food

Remake del film “L’avventura del Poseidon”, 1972, con Gene Hackman, la pellicola di Petersen vorrebbe raccontare la stessa storia avvalendosi delle moderne tecnologie digitali. Non che ci si possa aspettare chissà cosa da uno che ha fatto “Air force one” e “Troy”, ma “Poseidon” è proprio un filmetto che più -etto non si può, a partire dalla durata (un’ora e mezza scarsissima); dietro la storia della nave ribaltata da un’onda anomala non c’è neppure un briciolo piccolissimo di trama, che si limita a piazzare un paio di personaggi inesistenti in mezzo a cunicoli e fiotti d’acqua, un gruppetto di stronzi insignificanti dei quali si capisce subito chi raggiungerà l’uscita e chi farà la fine del sorcio.

“Poseidon” è un classico esempio di “catastrofe fast-food”, buttata là in fretta e furia per dare sfogo a un paio di sequenze in computer grafica, che inizia nell’istante in cui la nave si capovolge e finisce nell’istante in cui gli elicotteri dei soccorsi sbucano dal nulla nell’oceano aperto (se, vabbè); non si può neppure parlare di film d’avventura senza pretesa di profondità, perché, anche in quel caso, quantomeno ci si deve sforzare di tirare in mezzo qualche personaggio decente, qualcuno che faccia trepidare lo spettatore il quale, invece, si ritrova a sbadigliare sperando che crepino tutti e subito per togliersi il film dai coglioni.

I personaggi di “Poseidon”, invece, sono la brutta copia di roba già vista mille volte in film del genere; se però di solito ci si sforza - ripeto, quantomeno - di raccontarne la storia prima di lanciarli tra le fiamme, in questo caso le presentazioni sono saltate a piè pari e si basano su pochi, patetici elementi che dovrebbero farne la particolarità. Per intenderci, il protagonista (Kurt Russell) ha una figlia: ciò fa di lui un “uomo con figlia” e questo è l’unico straccio di caratterizzazione concesso dallo script. Josh Lucas ci prova con una: ciò fa di lui “uno che ci prova con una” e che quindi agirà dall’inizio alla fine solo sulla base di questo parametro. Il risultato è un gruppo di protagonisti di cui dimentichi le facce appena escono di scena per due secondi, e che ti fanno venire un accidente quando riappaiono, perché non riesci a capire se c’erano fin dall’inizio o se sono sbucati dal nulla per un errore di montaggio.

A questo si aggiunge il solito problema di film come questi, e cioè che sono concepiti per un pubblico ignorante di americani medi con la quarta elementare, possibilmente anestetizzati da birra e popcorn; gente a cui puoi far credere che un coglione qualunque sappia trovare in un batter d’occhio la via d’uscita da un transatlantico ribaltato “perchè è laureato in architettura”, limitandosi a dare un’occhiata alla planimetria (quella, per intenderci, affissa nei corridoi delle navi con le indicazioni per raggiungere il ristorante e la scritta “VOI SIETE QUI”); che un ex pompiere - quindi giustamente praticissimo di ingegneria navale e dintorni - riesca a trovare i comandi per invertire il motore di una nave da crociera al buio e a quindici metri di profondità sott’acqua; che il suddetto motore, infine, si fermi in due secondi come se fosse quello di uno Scarabeo invece che di un bestione da trentamila tonnellate.

Per quanto mi riguarda, sto ancora ridendo al pensiero del vecchio laidone che nella prima scena tenta uno pseudo-suicidio a là Rose di “Titanic”, e alla fine la mette in culo a tutti e si salva lasciandosi dietro una scia di giovani e aitanti cadaveri.

…oops. SPOILER.

La citazione:

“Ancora una volta l’uomo ha domato il mare…”

2 comments for this entry:
  1. Daisy

    ahahaha ahahahahaha ahahahahahahahaha
    …cazzo, sei un genio.
    ahahah ahahahahahahahahahah ahahahaha
    …del male, ovvio.
    gwah ah ah

    ps: oltre a birra e pop corn, hai dimenticato la torta di MARS

  2. Elly

    Nooooooo la torta di Mars!!!! Come ho potuto!!

    Comunque nella scena del tizio che arriva e fa: “Fatemi vedere la piantina della nave, sono un architetto!” ho pensato:
    A) agli elettricisti di quel capolavoro sui ragni ultradimensionali radioattivi che abbiamo visto quella volta a casa tua, e
    B) a mia madre che, durante una catastrofe navale, se ne esce spavalda e fa: “Vi porto io fuori di qui… Fidatevi, sono un architetto!”

    Questo è AH!

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