Al bar dello sport 4.0

Archive for Agosto, 2007

Your Second Life

by Il Barista on Ago.22, 2007, under Chiacchiere da Bar

In risposta a Giovy.it

Per quanto mi riguarda ritengo Second Life un enorme bluff.
Innanzitutto i dati non sono esaurienti: si parla di sì e no 50000 frequentatori, il che ne fanno un fenomeno quanto meno di nicchia.
Il bacino di affari sta colando a picco per una semplice legge di mercato: se l’offerta cresce a dismisura e la richiesta cala si chiude baracca.

Ma questo mi interessa relativamente.
Seguo questa vicenda per motivi di lavoro da un paio d’anni e onestamente ci ho visto del marcio da subito.
Prima di tutto in quanto il sistema di marketing con cui la cosa è stata lanciata mi sembra tuttora abbastanza ingenuo e banalotto- stile “il film più visto in america!!” in calce a tutti i film usciti -, il che ha prodotto la sostanziale esigenza di esserci per i media, evidentemente esigenza non sostenuta dalla reale soddisfazione di un bisogno o dall’innesto di un’innovazione culturale quale si voglia. Anzi.

Se è possibile dedurre qualcosa di significativo dalla breve vita/morte di questo prodotto sul mercato - che di questo si tratta e di qualcos’altro- sono alcuni elementi di regresso sociale e politico: il primo, la restaurazione di quell’equivoco semantico che è il termine “virtuale”, lo sbrodolamento di infondatezze speculative sull’avatar e l’identità , l’approssimazione indegna di ciarlatani alla revenge della soggettività presunta in un contesto falsamente paritario; il secondo, ben più grave è di carattere economico e temo richieda qualche parola in più.

Trattasi di violazione di un principio basilare dell’economia: non si può vendere il vuoto perchè produrre il vuoto non crea lavoro e dunque non crea ricchezza, e quindi il mercato deve ricorrere altrove per trovare riserve d’attingere. Possiamo pigliarci in giro secoli col fatto che una tshirt in orripilante 3d possa costare un investimento creativo, anche una palazzina di caccole lo richiede ma non ci metti a vivere delle famiglie.

Le riserve cui Second Life attinge burlandosi dell’ordinale di cui gigionante si fregia sono quelle delle tasche di chi ci spende denaro offrendo paradossali metacontenuti. Sì, perchè sostanzialmente di contenuti non si può parlare, in quanto l’oggetto del vendere e del comprare principale è lo spazio. I dollaroni non si fanno con tizio che si fa il club dei mangiatori di Pongo, o di caio che si sollazza soltanto se indossa una tutina da elefante, bensì con le grandi aziende allettate dall’investimento pubblicitario, ergo dalla presenza di un’utenza attiva. Niente di più falso: SL non solo esige pc e banda non popolari - e il mercato è popolare, ha bisogno dei grandi numeri-, ma si presenta come uno spazio così sterminato che ogni parola è na goccia nel mare. E l’utente medio sembrerà un cretino ma non ha sempre voglia di congiungersi in associazioni o raccattare il guru di turno perchè lo corrobori nel suo (s)vendere tempo libero.

Si dirà, ma in fin dei conti non stiamo aprlando del web, anche se in altra salsa? Infatti. Stiamo parlando di web quindi, o di una forte analogia. I linden $ sono la chiave per interpretare SL senza faciloneria.
L’idea di commercializzare il nulla va tuttavia ampiamente celebrata: perchè qualcuno, sulla scia della magniloquenza mediatica che ha gestito più o meno lobbysticamente la valorizzazione dell’oggetto, ci ha fatto un bel po’ di soldi. Ma voglio addrizzare il tiro prima di chiudere questo discorso, ammetto, da bar: non si può trattare di “nulla” come non si tratta di avatar. Ci sono macchine a reggere il tutto, ci sono numeri e ci sono calcoli. Ci sono poi le persone e la loro etica: chi assolve il drago perchè non lo può combattere, chi costruisce attraverso le public relation piramidi di sorrisi grati e graditi, chi in fin dei conti si diverte e basta e per questo si inginocchia prega e ringrazia.

A.

[tags]second life, linden, 3d, avatar, web[/tags]

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Good life! 12. La plume sans elle

by Il Barista on Ago.21, 2007, under Chiacchiere da Bar

Come mi vedi come mi vedi.
Come un angolo concavo sorpreso alle spalle dal mondo, alle spalle ti vengo a salvare.
Ti ricordi come mi vedi e so che un viale di ciliegi segna precisamente lo spazio entro cui devo camminare.
Per venire da te ho indossato l’uniforme delle superiori, verde e bianca, i calzettoni e mi sono fatta i codini.
Mi vedi? Mi vedi?
Ho le gote arrossate per la timidezza che solo tu puoi difendere con coperte di gomma pane.
Ho le mani piccole e i piedi non li ho. Ho la pelle chiara, chiarissima e occhi che mi riempiono il viso.
Se vuoi posso saltare, se vuoi posso usare una gamba sola fino al portone della scuola.
Che cos’hai, non mi parli, non mi parli mai.
Ascolti e mi spremi, aumento la densità dell’acqua, il mio è l’odore dell’ultimo limone del pomeriggio.
Mi sarei dovuta segare dalla vita in giù, prima di uscire, una cagna solidale mi avrebbe trascinata per i capelli. Sul viale di ciliegi quattordici scimmie avrebbero disteso un tappeto rosso, separandomi dai petali sgonfi, una linea continua e invisibile avrei tracciato per le nuvole, fino a te.
Adesso mi chiedo se persino il viso non avrebbe meritato delle martellate. Lo vorrei di carta argentata, lo vorrei usare per conservare i cibi e per farne palloni pesanti e grinzosi. Adesso mi chiedo se al collo non avrei potuto sostituire un pezzo di legno, il manico di una granata o l’asse più marcio della più piccola imbarcazione schiantatasi all’alba sulle rocce del covo di Lamaforca. E sempre adesso scorgo il nero raccolto sotto le unghie e mi ricordo di quando scheggiavo coi denti le spalliere delle sedie, ingoiavo smalti e segatura, costruivo nella pancia un presepe, e lasciavo segni doppi. Avrei potuto mozzare ogni dito grassoccio, ogni vena in superficie avrei solleticato e premuto tra due punti creando una esse o un sentiero di montagna.
Mi vedi? Mi vedi? Mi vedi.
Sono arrivata alle scale della banca e mi guardi: storta e lunga, vestita per nascondere il culo e ogni altro testamento.
Vorrei a farti una carezza, perchè sei qui a galleggiare nel marmo? Tieni indietro la testa e salgono le gambe, lo sai, non bere.
Stavi contando lo so, potresti chiedere uno sbadiglio, uno soltanto e io proverei a farti felice, fino a sentire la mandibola incrinarsi e i nervi sotto al mento impietrirsi, io proverei a riempirmi, una cloaca di sonno, per tornare al principio, per annullare tutto quel che finora è stato.
Zero.

Western

A.
[tags] la plume sans elle, western, romanzo, scrittura, jamendo, free ebook[/tags]

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Evviva Barcellona

by Elly on Ago.19, 2007, under Chiacchiere da Bar

Di ritorno (da più di una settimana, in realtà) dalla tanto decantata Barcellona, spendo due righe prima di aggiornare le recensioni per condividere le mie impressioni su una città che - a quanto mi hanno detto - è stata classificata quarta nella lista delle metropoli più belle del mondo.

A essere soft direi che Barcellona non è all’altezza della sua fama; a essere brutali, direi che è oscena. Tralasciando la puzza di cipolle fritte onnipresente e l’atmosfera da “Milano della Catalunya”, le grandi bellezze della città sono state una delusione assoluta.

Capitolo Uno: La Sagrada Familia. Avete presente le sagome dei palazzi di cartone che si usano nelle scenografie a Cinecittà? Ecco, una cosa del genere. Da fuori sembra una cosa stratosferica; dopo l’ingresso, però, ci si trova letteralmente in un cantiere edile: ruspe, operai, pareti in costruzione, cellophane e un soffitto a cielo aperto, visto che il tetto lo devono ancora costruire. Magari un appassionato di architettura gradirà comunque assistere al work in progress; per tutti gli altri, però, sarebbe opportuno apporre un avviso all’ingresso con su scritto “Tornate tra 40 anni”.

Capitolo Due: Le Ramblas. La Rambla finale, quella che dà sul porto e sul Mare Magnum, in effetti è splendida, e lo sono anche molti saltimbanchi che si esibiscono sulla strada principale; tutt’è giungere alla fine della strada con borsa, portafoglio e chiappe ancora intatte.

Capitolo Tre: Park Guell. Bellissimo, sì. Peccato solo che è posizionato in verticale rispetto alla città. A trecento metri dalla metropolitana, sì: ma tutti da percorrere in altezza. Portatevi scarpe da trekking e bombola di ossigeno. E gli assegni per comprare un caffè, visti i prezzi.

Capitolo Quattro: L’acquario. Quando svoltate dietro il Mare Magnum e vedete una folla tipo 9 luglio 2006 a Circo Massimo, non è l’occhio che vi inganna: quella è proprio la fila per entrare. Portatevi una tenda e un fornelletto da campeggio.

Capitolo Cinque: Barceloneta. Il grande snodo centrale della movida di Barcellona era, in data 7 agosto, completamente DESERTO. Abbiamo dovuto chiamare di corsa un taxi perché, se ci avessero aggredite in quella desolazione, non ci avrebbe sentito nessuno neppure usando il megafono.
Capitolo Sei: Casa Batllò. Lì c’era - stranamente - pochissima fila per entrare. Giunta alla cassa ho scoperto perché: l’ingresso costa venti euro, manco fosse la porta d’accesso per Shangri-La. Mi sono rifiutata di pagare e ho cancellato la tappa dal programma. Da fuori era bellissima, l’interno preferisco immaginarlo.

Unico Capitolo di cui sono pienamente soddisfatta: il cibo. Più che una vacanza, il nostro è stato un tour alimentare; e abbiamo mangiato da dio, paella e tapas a volontà.

Ora, visto che ci siamo, chiedo a voi di passaggio: siete mai stati a Barcellona? PERCHE’ ne parlano tutti così bene? Vi è piaciuta? Insomma, sono io che sono pazza o c’è qualcun altro che è rimasto altrettanto deluso??

Molto bene… a questo punto, segnalo due nuove recensioni nella SezioneCinema: Casino Royale e La casa sul lago del tempo. Un bacione a tutti!^^

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