Abbandonò da subito il tabaccaio. L’aveva seguito per due isolati traballante. Poi però aveva scorto un gesto particolare: il grasso sudato esercente, dondolante un ciuffo liscio di capelli sereni, batteva il tempo canticchiando uno standard a lui caro.
Quanti ricordi in quelle poche battute, come aghi o sottaceti. Monkey non potè che ascoltare quell’orrenda versione della memoria con la soddisfazione lenta di una tartaruga: dinanzi gli era apparsa una comitiva di giovani.
Facevano baccano, faceva baccano principalmente uno di loro: attirò la sua attenzione vanesio e sfacciato, un’onda sudicia in una piscina di aprile.
Non gli erano mai piaciuti i simpatici, gli allegri, quelli che masticano lo spazio facendo scientemente rumore. Li aveva riuniti nella categoria delle vittime mancanti, anime disperate della più subdola disperazione, anime magre, anime smorte e per questo infarcite di frutti e fiori in macedonie avvelenate. Non gli piacevano: intenti a strappare risa come dentisti dagli occhi azzurri, bizzarri caleidoscopi vuoti, prugne secche e poco dolci.
Ai margini del gruppo coinvolto, trainato, violentato dai punti esclamativi dell’istrione, altri due si parlavano animosamente gesticolanti.
Poi notò una ragazza storta e lunga, vestita in maniera tale da nascondere l’olio profumato delle sue fattezze: un culo meravigliosamente timido che sanciva l’inclinazione perfetta del mondo. Gli occhi della giovane non concedevano tempo agli spostamenti, soffermandosi casualmente su ogni piccola luce, o ombra neonata. E vi sostavano a lungo, oltre il lecito, rischiando di essere schiantati dall’arrivo di un’auto ingenua, spuntante da una curva. Monkey la immaginò godere, ma capì dopo pochi secondi che quella donna non poteva godere. Dietro di lei, accanto a lei, dietro di lei una marionetta indecisa: aspettava le risa dei bambini, raccolti in semicerchio intorno a quel teatrino, cadenzava ogni passo sulle loro reazioni; innamorato, conosceva la segreta potenza di quel culo atomico, era evidente. Si condannava, irrimediabilmente a vigilare sul peccato originale che negava allo splendido vaso – dinanzi a lui, accanto a lui, dinanzi a lui – il piacere di riempirsi e tremare.
Monkey si toccò l’orecchino, in prossimità di un vecchio buco ormai chiuso, la cartilagine era ancora adunca, irregolare.
Western
A.
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