Al bar dello sport 4.0

Grindhouse

by Elly on Lug.09, 2007, under Chiacchiere da Bar

Esperienza quasi mistica, oserei dire… Visto e recensito per voi, ecco Grindhouse di Quentin Tarantino (basta, ora ho capito: io AMO quest’uomo, lo amo, lo amo, lo amo) e Robert Rodriguez.

E siccome ho visto la versione originale, ripresa in un cinema americano, vorrei fare un appunto sugli spettatori statunitensi:

-quanto cazzo pisciate (giuro, ogni tre secondi qualcuno si alzava per andare in bagno e copriva con la capoccia lo schermo)
-quanto cazzo siete tristi (le risate sperticate nella scena in cui un soldato costringe una ballerina senza una gamba a fargli una lap dance la dicono lunga sullo squallore del vostro sense of houmor)

Au revoir!

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Grindhouse

by Elly on Lug.09, 2007, under Chiacchiere da Bar

di Quentin Tarantino e Robert Rodriguez

Il lato oscuro del cinema

Nel 1995, Jami Bernard (nel saggio Quentin Tarantino: The man and his movies) scriveva a proposito del regista: “[...]un merito gli va riconosciuto sin d’ora: l’aver recuperato il gusto del racconto, il piacere della ‘menzogna organizzata’, vale a dire della finzione pura.” Dodici anni dopo, Grindhouse arriva a consacrare definitivamente questa profezia (per quanto l’intera filmografia di Quentin Tarantino sia già stata eloquentissima in proposito). Tarantino e Rodriguez, il Palpatine e l’Anakin Skywalker del cinema contemporaneo, hanno avuto la geniale idea di convogliare quella che potrebbe essere definita la fogna del cinema - o, per restare in tema, il suo Lato Oscuro - in una confezione che ne imbrigliasse le insane energie, costruendo un’esperienza metafilmica senza precedenti; Grindhouse si basa infatti su un doppio gioco cinefilo tra contenitore e contenuto: il primo ricrea l’illusione delle grindhouse realmente esistite; il secondo omaggia senza ritegno una tradizione cinematografica di serie dalla b alla z, come solo un genio e un apprendista (ormai svezzato) del calibro di Tarantino e Rodriguez potevano fare. Il risultato è qualcosa di strabiliante, per quanto l’operazione contenga implicito il proprio limite: questo film può essere apprezzato solo con previa conoscenza di ciò che ci si appresta a vedere, pena l’impossibilità di afferrare la maggior parte delle trovate che rendono Grindhouse l’opera geniale che è.

Dopo un irresistibile “fake-trailer” (Machete di Robert Rodriguez) e uno spot del “fake-sponsor” (un take-away messicano), apre le danze vere e proprie il primo lungometraggio, irresistibilmente trash e retrò già dal titolo: Planet Terror, zombie-movie sempre di Robert Rodriguez. Pellicola graffiata, dummies squartati qua e là, effetti speciali merdosissimi e sequenze splatter rivoltanti; se Naveen Andrews con la faccia immersa in un barattolo di testicoli mozzati e Quentin Tarantino zombie col pisello in liquefazione resteranno nella storia, a fine visione Planet Terror lascia sì soddisfatti, ma anche lievemente perplessi su alcuni aspetti. L’impressione generale, infatti, è che Robert Rodriguez sia, paradossalmente, troppo sofisticato e non abbastanza pazzo per girare un film del genere e far sì che renda al 100%. A far nascere il dubbio è proprio la sua pedante insistenza su dettagli disgustosi, mentre molti elementi tradiscono la sua non completa capacità di “fare male le cose apposta”. Planet Terror, a mio avviso, ha un difetto: non è abbastanza brutto. Più riuscito, in questo senso, è il trashissimo fake-trailer Machete (sempre di Rodriguez).

Seguono, tra un film e l’altro, altri tre fake-trailers (Werewolf Women of the SS di Rob Zombie, Don’t di Edgar Wright e Thanksgiving di Eli Roth - tutti geniali, anche se il più azzeccato per me resta Machete).

Ma il segmento il più riuscito (anzi, la stella Polare di Grindhouse) è il secondo feature, il meraviglioso Death Proof, diretto da Quentin Tarantino. La domanda era: riuscirà uno dei più grandi registi della storia del cinema a fare un film… di merda? Ebbene, sì, ci è riuscito. Death Proof è immondo, squilibrato, pieno di dialoghi Tarantiniani (e quindi assolutamente fuori luogo), con Kurt Russell (no, cioè, Kurt Russell… Quentin Tarantino, tu ti meriti tutto l’Olimpo, tutto l’universo) ex stuntman sfregiato psicopatico e un inseguimento finale indescrivibile.

La coppia Tarantino/Rodriguez dimostra per l’ennesima volta un amore immenso per il cinema in ogni sua manifestazione, dalla più alta alla più infima; se Robert Rodriguez indulge di meno su quella vocazione autoreferenziale che è diventata, nel bene e nel male, la tendenza di Quentin Tarantino (che si autocita innumerevoli volte), e se, pur restando un grande, non raggiunge le vette di genio e talento del suo maestro, il risultato finale è un capolavoro sul cinema e nel cinema di rara “bellezza”, che trova una base solida proprio nelle due anime “così uguali, così diverse” che gli hanno dato vita.

La citazione:

“Two… against the world.”

7 comments for this entry:
  1. Antonio Sofia & Elena Di Fazio: Elly e il barista » Grindhouse

    [...] Esperienza quasi mistica, oserei dire… Visto e recensito per voi, ecco Grindhouse di Quentin Tarantino (basta, ora ho capito: io AMO quest’uomo, lo amo, lo amo, lo amo) e Robert Rodriguez. [...]

  2. Daisy

    taranto mi fa cagare, ma complimenti per la recensione! prima di leggerla pensavo che grindhouse fosse solo l’ennesima diarrea di quentin, ora penso che sia una diarrea con un perchè. c’è una bella differenza, quindi BRAVA!
    :-)

  3. Elly

    Riuscirò a farti osannare Quentin, vedrai… vedrai!!!

    (ho già in mente una serie di sedute stile metodo-lodovico, uh uh ahah ahahah AHAHAH GWAH AHAH AHA AH AH!!!)

    :-D

  4. Il Barista

    oddio Daisy!!!

    Quentin è sicuramente vittima di se stesso e dei suoi insopportabili fanfeticisti ma sul suo valore cinematografico penso non si possa discutere.

    effettivamente devo dire che se non avessi davvero divorato alcuni suoi capolavori, probabilmente lo avrei giudicato un po’ sopra le righe come personaggio pubblico perennemente giovane e ostaggio dei giovani nullocentrici.

    Devo dirti che questo mi spaventa molto di Tarantino: aver trasformato il pubblico decisamente al punto di averlo frustrato. Abbiamo una popolazione infinita di perfetti abiutudinari della cittazione di serie B, appassionati del “fuori di testa”, vittime indecenti di una sorta di onanismo filmico, pipparoli colti con il cervello tra le mani e neanche tanto grande da potersene vantare.

    Tuttavia qualcosa di grande al cinema l’ha dato: ha colto gli elmenti più viscerali della violenza per sublimarli in una sorta di catarsi, la vendetta come un fato compilativo che riproduce il tessuto dell’epica classica, una galleria di personaggi che compongono un mondo intero fatto di cinema e per questo, oltre ogni apparenza, intriso di vita e quindi di morte.

    Insomma. Non è Scorsese. Senza dubbio (corretto n.d.r. :-)) Martin Scorsese, Eastwood e John Cassavetes sono n’altra storia.(consiglio di scoprirlo!!!!).
    Però non si può non amarlo come una costoletta del cinema, che non è il cuore ma pur sempre serve.

    A.

  5. Antonio Sofia & Elena Di Fazio: Elly e il barista » More than eyes can see

    [...] Dopo aver sbavato per 24 ore su Grindhouse, oggi (trascinando al cinema mia madre in catene) sono andata a vedere un film che aspettavo (come molti, del resto) da parecchio tempo. Sto parlando di Transformers, regia di… noooooooooo! Di chi??? A voi la recensione del film… [...]

  6. daisy

    ciao barista, scusa il ritardo nel risponderti al commento, purtroppo in queste ultime settimane sono stata ostaggio degli alieni.

    non posso controbattere ai tuoi siluri, sei troopo preparato e mi faresti fare brutta figura. facciamo così: ti do ragione su tutto se tu togli dalla stessa frase “amore” e “martin scorsese”.

    :-OOOO

  7. Il Barista

    :-D fatto daisy!

    A.

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