Il dibattito sul mondo della scuola è fervente. Alle porte è la settimana della scuola, “La scuola siamo noi“: gli studenti scrivono, gli insegnanti scrivono, il barista scrive.
Riporto la mia risposta al post di Contaminazioni.
Non posso evitare di notare che, tuttavia, se parliamo di lavoro e $.. ce n’è tanti, ma proprio tanti, ma proprio tantissimi, ma proprio straordinariamente tanti di vostri ex studenti che lavorano 12 ore al giorno e più per quasi 800 euro al mese come precari – ovviamente pagati dopo 120 giorni quando va bene; che fino ai 40 anni se lo sognano un mutuo e una macchina se non c’è papà e mamma; che fanno forse gli stessi sacrifici di un insegnante precario sia chiaro, so che ce ne sono tanti e molti amici miei.
Sai, comprendo, ma ti dico anche: io ho studiato lettere PER fare l’insegnante di italiano. Era il mio sogno perchè a un insegnante d’italiano morto di crepacuore – per una scuola infame, a soli 50 anni- volevo dedicare anche quel che avrei saputo fare di buono dopo aver tanto imparato, ricevuto.
Quando sono arrivate le SIS e ho capito l’andazzo ho fatto un passo indietro. E ora sono precario, come tanti, ma non nella scuola. Non potevo accettare di lavorare con i ragazzi per qualche mese o anche solo per un anno: NON SERVE, FA MALE, T’AVVELENA, SMINUISCE, ROVINA IL LAVORO STESSO.
Ho fatto il volontario a Bari in un quartiere non semplice: avevo 30-40 ragazzi dai 6 ai 17 anni, ogni giorno, compresi sabato e domenica dalle 16 alle 21 e da solo.
Ho visto coltelli e sentito minacce di pistolettate. Saputo di un padre in galera e di sniffate a 14 anni.Lo facevo GRATIS e i ragazzi ne erano stupiti.Guarda, da uno che non ha soldi nè cognomi alle spalle potrai sentirtelo dire, anche se sono sicuro già lo sai: insegnare, avere una cattedra, in questo Paese e in questo momento è comunque un privilegio sacrosanto, perchè avete in mano una cultura che cambia o soffre la resistenza al cambiamento; avete in mano delle teste preziose perchè i ragazzi non sono mai stupidi, mai, nè demotivanti, qualcuno lo dice lo sai, ed è una bestemmia.
Avete anche un lavoro a tempo indeterminato, non tutti lo so, ma chi lo ha deve sapere quanto è difficile, quasi impossibile trovare un lavoro altrettanto bello. E non voglio parlare delle ore di lavoro o delle ferie. Ma solo della ricchezza di un tempo indefinibile, come quello della crescita. Ruolo sacro, direi, quello di chi accompagna l’introduzione al vivere sociale.Rivendicare stipendi e considerazione non trovo sia sbagliato. Come segnalare le discrasie tra quel che è, quel che appare e quel che si dice.
Trovo sia, tuttavia, poco, troppo poco per non vivere felici, adesso quanto meno.
Sì, l’insegnante non è più guardato come un tempo. Ed è un peccato. Ma qualcun insegnante è guardato ancor meglio di un tempo: perchè si guadagna rispetto e considerazione grazie alla continua preparazione, al carisma e al desiderio di SAPERE che condivide coi suoi studenti (sapere e ancora sapere, non solo proporre il sapere posseduto o presunto).Sono già lungo, ma questo mi preme scriverti: quel che manca alla scuola, da quando è così tristemente legata alla realizzazione professionale (!), è la condivisione del desiderio di conoscenza.
L’equazione scuola-cosafaròda grande è zoppa. La scuola nasce per scoprire quel che non sappiamo. La scuola nasce per conoscere cosa vuol dire esseri umani. E non è finalizzata al lavoro o al denaro, per nessuno degli attori sulla scena.
Che ne consegua, che consega dalla conoscenza come aspirazione e tensione, la realizzazione di un percorso concreto, credo e spero possa esser naturale conseguenza di un uomo e una donna appassionati.
Finchè saremo a misurare i meriti e i difetti della scuola dal grado di produttività della stessa, temo non si uscirà da diatribe meschine e circoscritte a questa o quell’altra vertenza.
Dai, ti saluto, magari riporto questa risposta nel mio bar, così si torna a ragionarci su.Saluti,
A.
maggio 10th, 2007 at 13:14
Io credo che in fondo diciamo la stessa cosa. Tu racconti che volevi fare l’insegnante d’Italiano, poi, visto l’andazzo delle SSIS (sulle quali sarebbe utile aprire un dibattito a parte) hai lasciato perdere. Ti capisco, ti capisco bene e mi fa rabbia constatare che in questo modo la scuola ha perso un’opportunità. Ma del resto la nostra è una società che sacrifica le sue energie giovani sull’altare del precariato e della cosiddetta “flessibilità”: una società asfittica che taglia via la possibilità di un rinnovamento, che soffoca il suo futuro, che vive di un presente piccolo piccolo privo di slancio ideale.
)
No, non mi piace la cultura del lamento. E aggiungo che se continuo a fare il mio mestiere con passione, e divertendomi pure, lo devo proprio ai miei ragazzi, quelli di ora e quelli di prima, quelli con i quali è meraviglioso (lo dico senza ombra di retorica) condividere entusiasmo e passione, quelli che magari ti fanno arrabbiare ma subito dopo ti fanno ridere, quelli che ascoltano, quelli che fanno finta di ascoltare, quelli che sembra non ascoltino e invece poi scopri che le tue parole gli sono arrivate e hanno lasciato un segno. E lo so che è un privilegio, lo so che sono stata fortunata, perché, a pensarci bene, non avrei potuto far altro. E. ovviamente, non c’è incentivo economico che tenga.
Ma quando parlo di “realizzazione professionale”, so quello che dico. Non tutti nasciamo missionari. Non si può continuare a pensare che una scuola di qualità si basi solo sulla buona di volontà dei singoli. Non si può continuare a fidare sulla sindrome della “maestrina dalla penna rossa”. Credo anch’io che l’amore per la cultura dovrebbe essere disinteressato: figurati, sono laureata in greco antico, disciplina notoriamente “poco utile” dal punto di vista pratico, e la mia più grande ambizione sarebbe quella di finire la carriera insegnando Sofocle e Euripide, Tucidide e Senofonte. Però, qualsiasi cosa si insegni, dovremmo farlo in una scuola che non sia fatiscente, dove i soffitti non crollano in testa agli alunni, essendo presi sul serio e valorizzati davvero (non con mere iniziative di facciata) rispetto ai tanti vagabondi o incompetenti (come pensi si sentano i pochi insegnanti motivati della scuola di cui parli nel post precedente a dover battagliare quotidianamente con i loro colleghi “che se ne fregano”?), con la possibilità di utilizzare strumenti aggiornati senza dover fare i salti mortali per inventarsi nuove strategie didattiche, godendo di un minimo di rispetto e di collaborazione da parte di tutti coloro che attorno alla scuola gravitano, in vario modo e a vario titolo, senza essere sbattuti, nel caso si sia precari, ora qui ora là, come pacchi postali, come pezzenti. Certo, questo discorso vale per la scuola e per cento altre professioni. Ma. ovvio, io parlo di quello che conosco meglio.
(P.S. che bello questo dibattito: non parliamoci troppo addosso però
maggio 10th, 2007 at 13:52
@floria
Difficile non condividere il tuo spirito e le tue richieste.
Quello che mi dispiace è avere a che fare da anni con docenti che si dicono “poveri insegnanti”.
Sulla questione della realizzazione professionale sono d’accordo come sarei d’accordo a liberalizzare un sistema che a quanto pare non riesce a ibridare il welfare realizzando qualità. Sembra un eresìa, forse lo è: ma fatto sta che quelli, e son tanti, che fanno gli insegnanti procurando danno agli studenti che incontrano, continueranno a esercitare il loro privilegio con disinvolta malafede.
Allora che si fa? Questo non è parlarsi addosso credo. Ma aprire una questione troppo spesso discussa nei “vertici televisivi” e poco esposta a un confronto con la base.
Vedi, guardavo Ballarò l’altro giorno, l’ennesimo giorno e ho pensato, cambiando canale con rabbia – e per inciso dopo che una sindacalista ha avuto il coraggio di affermare che “gli studi internazionali dimostrano come la nostra scuola è la peggiore del mondo”:
A qualcuno NOI PRECARI APPARIAMO MALATI TERMINALI CHE OGNI SETTIMANA PROVANO A DIMENTICARE IL MALE DI CUI MUOIONO. E sempre OCCORRE RICORDARLO PER SANA COSCIENZA. SENZA MAI CERCARE PERO’ UNA CURA.
Questo male riguarda il lavoro in senso ampio ma la scuola stessa in senso lato: perchè senza riforme che non siano “di facciata” si va poco lontano.
Scrive Gaia nel suo blog: i ragazzi vogliono sostanza, vogliono vite da studiare e studiare la vita. Non giocare a un’eterna preparazione professionale, non farsi i denti sul legno come castori per un’improbabile diga sul mare; ma il problema è anche che già sanno: che in questo Paese, la condizione in cui nasci prestabilisce quasi completamente il percorso che potrai fare, privando o restringendo le alternative e le scelte.
Non credo davvero sia parlarsi addosso. Bisogna prendere atto che ci sono insegnanti bravi e che tengon duro facendo quello che si deve fare, niente di più: aggiornarsi, amare il loro lavoro per quello che rappresenta, prepararsi le lezioni, come tu dici bene, insomma professionisti seri che meritano di esser considerati tali.
Ma come anche tu fai nel tuo post, non si può sorvolare sul cancro sociale che sono le scuole che non funzionano per inettitudine e inefficenza, per mancanza di passione o incompetenza. Non posso pensare che la cosa si riduca a un cenno nella vertenza perchè il problema non sono gli insegnanti, ma gli studenti se la scuola va male: sono tanti, sono tutti gli uomini e le donne cui si chiede di costruire un presente decente e un futuro addirittura migliore. Quello che chi insegna e non insegna gli ha fatto trovare fa orendamente, tremendamente schifo.
A.