Come una sentenza Lettera aperta: gli studenti chiedono di studiare!
mag 09

Dal vecchio bar, una riflessione sulla malattia di qualche tempo fa, quando mi accarezzava il viso.

Ma penso.
A quale pericolante organismo
sia il nostro regno;
sul ghiaccio,
in implorante rotazione.

Quando si sta male
anche la testa si blocca
e se qualcuno è salito sulla giostra
non deve far altro che scendere
e guardare,
la giostra ferma,
comunque bella.

Ho pensato a chi non può guarire
a cosa possa tenere in vita
un condannato
al dolore
pur sopportabile
come un balcone tollerabile a chi ha
comunque vertigine,
un dolore sopportabile
che non t’abbandona,
cosa non stanca dell’esistenza.

Mi chiedo, sbaglio di certo,
se non sia la realtà così prorompente
nella sua essenza a
sconvolgerci continuamente
a negarci alternative possibili
realtà non meno reali.

Mi chiedo se non sia invece
profuso amore
il corpo in relazione ai corpi
e i suoi sensi parlanti
a postulare una eccezionalità dell’essere.

La malattia,
la malattia quella in cui sai la fine
in cui la fine è un privilegio
soluzione di continuità

in una linea tratteggiata
fornita di istruzioni,

la malattia dichiara
il tempo della vita,
può esser sopportata?

Privilegio che urla dignità,
quanto piombo in gola
a conoscere il proprio destino.

Il tempo. Sembra poco. Sempre.

E la cura
la cura per la gente spezzata
piagata, zoppicante nel respiro
oltraggiata dalla materia
stuprata dallo spirito
la cura per l’uomo e la donna d’erba

delicata e verde a uno sguardo alto,
altro sguardo quello di chi.

Ama un paesaggio così luminoso.

A.

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