17. Hide and seek
by Il Barista on Apr.09, 2007, under Chiacchiere da Bar
Sono già stato in questa camera come in tutte le camere di quest’albergo. Ma allora ero solo. Adesso se provo a muovermi devo stare attento a non. Svegliarla. Quando mi ha chiesto come mi chiamavo non pensavo. A cosa avrebbe significato. Agata lei, si chiama. E ha una nuca, una nuca prestigiosa, una lampadina discreta appena sopra il collo. Agata, un nome con un valle e un picco. In mezzo il mare e l’erba, il petto e il grembo sono avorio sottile, come l’avorio deve essere. Mi prude la spalla ma non importa. Questa piccola tortura è piacevole come quando a scuola venivano papà e mamma a prendermi a sorpresa. O come quella volta che vinsi una calcolatrice solare grazie a un disegno, o vinsi un libro indossando una orrenda maschera da vecchio pagliaccio. Che poi lo sapevo. Lo sapevo bene che avevo vinto perchè in quella festa mia mamma aveva tanto lavorato perchè ogni cosa fosse lucida, dolce, brillante. Ma era piacevole sentirla aver ragione quando diceva: devi fare qualcosa, qualcosa per superare quelle maschere più ricche, più lucide, dolci, brillanti, devi provare a inciampare mentre sali le scale. Lo rifarei? No, non credo. Ma quella volta vinsi un libroche non ho mai finito di leggere. Perchè quando massacrarano un ragazzino dinanzi al fuoco, quando i ladri lo pestarono e lo lasciarono ricordare per poco ancora quello che stava lasciando, io non dormii e iniziai a odiare tutti i letti del mondo. Agata però respira così bene. E si ripara dentro al silenzio dei suoi occhi chiusi, si raccoglie nella bocca appena imbronciata, Agata è morbida e rosa, Agata è morbida come una rosa. Se mi penso, mi penso nero, invece. Se mi penso mi penso nero, io e questo mi fa incazzare. Eppure se distendo il braccio verso le luci che filtrano, che filtrano lente dalla finestra, non sono nero. Ci sono soli i peli che rigano precipitosi la pelle e quasi le chiedono scusa, per questo. Non sono nero ma adesso vorrei rifare il caffè cattivo di tutte queste mattine, rifarlo e rifarlo scottandomi la lingua a ogni assaggio avventato. Vorrei, rifarò il caffè ogni volta che non sarà perfetto, come sempre, torno a dirmi, come sempre torno a dirmi che è bene. E’ bene. E’ piacevole. E’ dolce.
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Aprile 10th, 2007 on 11:38
Ciaooooooooooooo!!!!
Che peccato a me è piaciuto Elisabethtown. eehehheheheh
Buon proseguo di settimana!