Cinebar: Lei e il suo gatto Nana, Rose (one shot again)
mar 10

Papà mi raccontava questa storia stupida. Papà me l’ha raccontata fino a poco tempo fa.
Non ho mai capito bene chi sia stato Cavia nella sua vita, ma anche se cambia qualche personaggio, o il travestimento di Dingo.
Me lo sono sempre immaginato vestito di nero, banale ma efficace, capelli lunghi, sporchi tutto il tempo. Gli occhi di Cavia sono verdi ne sono sicura, verdi e stretti. Cavia doveva avere qualche parente giapponese, mi sono detta la prima volta che l’ho immaginato.
Poi due stivali di pelle, stivali eccessivi, dalla punta tonda però, quelli a punta non li ho mai potuti vedere. Odiava le camicie, e difficilmente cambiava la sua maglietta nera, pessima la barba a chiazze ma delle bellissime orecchie di avorio. Gliele avrei morse, l’ho sempre desiderato ma questo a papà, no, non gliel’ho mai detto! Alto di sicuro, Cavia, magro ma nervoso, muscoli lunghi, non sviluppati ma tenaci e le braccia tatuate, sì le braccia completamente tatuate. Quando avevo dieci anni questo particolare mi fu chiaro, prima le pensavo senza peli, ma sapevo che mancava qualcosa al mio Cavia. Allora iniziai a pensare potesse avere un orso spezzato in due, un orso muto e grasso spezzato in due. Poi a quattordici anni divenne un’aquila, ma si sa a quell’età il desiderio di gettarsi di sotto macchia ogni cosa. A 17 pensai ai tribali, sembrava che niente avesse necessità di concludersi; m’ero innamorata e quando papà lo seppe non disse molto. Ricordo però che iniziò a darmi un orario per tornare a casa e aveva paura mi fumassi uno spinello. Anzi una volta mi disse precisamente: tu hai fumato qualcosa. Ed era vero, era stato prima, prima di spogliarmi e prima di scegliere di non parlare, di spegnere la luce, di riaccendere la luce, di smettere di parlare, di fare tutte quelle cose che dopo avrei ripetuto con l’ansia di trovare una precisa, chiara differenza. Mi procurai un foglio e scrissi che non me ne fregava niente, quella sera. La volta dopo me ne andai prima di dormire e gettai un libro brutto che stavo leggendo. La volta dopo ancora, quella volta mi ubriacai fino a vomitare e lasciai volutamente una scarpa sotto il tavolino del bar. E via indossai cappelli e mi legai una treccia, brucia gli slip o solo mi ingoiai dei fiori secchi. Ma anche questo a papà non l’ho raccontato mai. E lui sapeva tutti quei pezzi mancanti. Ma papà sapeva costruire la storia di Cavia, una storia fatta di niente, chissà quali principi e quali draghi ha temuto in tutti questi anni, papà. Un graffio sotto le labbra sarà diventato il bacio di una katana, il seno accentuato la gravidanza impietosa di un ragno gentile, il mio sorriso la domenica mattina sarà stato per lui la fine gloriosa di un’epopea robotica in calzamaglia, chissà. Però solo la storia di Cavia, sempre la storia di Cavia mi ha detto.
Ora, a vent’anni Cavia sulle braccia ha tatuato un discorso, che inizia dall’indice sinistro e si conclude sull’indice destro. Quando mi abbraccia tutto il mondo può leggere la sua struggente, velenosa, dichiarazione di eterno amore per me. Disperando, Agata.

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