Archive for Febbraio, 2007
Las Vegas
by Elly on Feb.20, 2007, under Chiacchiere da Bar
di Gary Scott Thompson
L’ideale per mettere il cervello in standby
Ed Deline (James Caan) è il proprietario del prestigioso hotel-casinò Montecito nella caotica Las Vegas. Ogni giorno, lui e i suoi dipendenti (dagli addetti alla sicurezza alle direttrici del casinò, compresa la sua viziatissima figliola) devono vedersela con mille grattacapi che rendono la loro vita un vero tour de force.
Quando sei stanco, non ti va di pensare e hai solo voglia di vedere cose colorate, eleganti e movimentate, “Las Vegas” è la soluzione ideale. Non devi fare altro che disattivare tutte le funzioni cerebrali che ti pare e fonderti con il divano per tutta la durata dell’espisodio; vedere i protagonosti correre qua e là in un vortice di vestiti eleganti, dadi, tavoli verdi e cocktail provoca infatti un profondo senso di relax (della serie: faticate voi, io vi guardo e basta) e generica approvazione per tutte le scelte estetiche (dal cast alle scenografie). Il tutto è accompagnato da montaggio, soundtrack e dialoghi sul genere strictly-commercial ma ben fatti e coinvolgenti, senza quindi scontentare lo spettatore pretenzioso che è in noi.
Laddove il telefilm scivola un po’ troppo su certe cazzatelle da b-movie d’azione, compensa tali cadute anestetizzando lo spettatore con un cast di fighi e fighe di tutto rispetto (vedi Josh Duhamel e annessi occhioni). Insomma, “Las Vegas” punta più all’occhio che al cervello; porta però a termine questo compito con dignità e nell’ambito delle cazzatone godibili è pienamente promosso.
Tornando al cast, oltre alla pletora di protagonisti reclutati da telefilm recenti, ne spuntano qua e là alcuni pescati dagli anni ‘90 (vedi Dean Cain, ex Superman, ingrassato come un vitello) o sopravvissuti al decennio precedente (il tizio che faceva “Il mio amico Ultraman”, non ricordo mai il nome, e l’indimenticata Lara Flynn Boyle dello storico “Twin Peaks”, qui in splendida forma - a testimonianza di come gli anni ‘80 fossero la tomba della bellezza.)
La citazione:
“Nessuno mi chiama ’signore’, chiamatemi Ed, Big Ed!”
Survivor
by Elly on Feb.20, 2007, under Chiacchiere da Bar
di Chuck Palahniuk
Fight Club tra i mormoni
Tender Branson sequestra un aereo e, mentre il mezzo precipita, affida al nastro della scatola nera le proprie memorie. Racconta così la propria infanzia in una comunità di Creedish, fanatici religiosi, e del proprio disperato tentativo di integrarsi nel mondo reale…
“Survivor” è il primo romanzo di Palahniuk che leggo; forse mi ero creata troppe aspettative, ma non mi è sembrato chissà che meraviglia.
Mi spiego meglio. C’è personalità e stile in questo scrittore. Ma ce ne è per trenta- quaranta pagine, mentre “Survivor” è lungo duecentonovanta. Accade quindi che, alternati a momenti guizzanti, ce ne siano altri ripetitivi e non così originali. In particolare, è la prima parte del libro a essere la più interessante; poi si perde un po’ per strada e finisce per essere più banale di quanto non vorrebbe sembrare. La parte finale, poi, sa un po’ di cazzata e personalmente non mi è andata troppo giù.
(SPOILER) La giustificazione che Palahniuk dà al fatto che Tender Branson si trovi a bordo di un aereo in fiamme non sta in piedi neanche con le grucce. L’autore apre il libro con il protagonista su quel benedetto aereo, il che lascia supporre che la cosa abbia un certo senso all’interno della storia. Sul finale, invece, ci arriva in tre righe nell’ultima pagina. Tender si alza e dirotta un aeroplano come se fosse la cosa più naturale del mondo. Poteva incidere le sue memorie, che so, OVUNQUE, e invece è andato a scegliere una scatola nera. La giustificazione “così dovranno ascoltarlo per forza” non regge, suvvia, siamo realisti. (FINE SPOILER)
Nel complesso non è un cattivo libro, ma onestamente mi aspettavo di più da uno che viene annoverato tra gli scrittori americani contemporanei più geniali e significativi. Concluderei così: c’è di peggio, c’è di meglio.
La citazione:
“Questo è il mio pesciolino numero seicentoquarantuno in una vita costellata di pesciolini rossi. I miei genitori mi comprarono il primo per insegnarmi cosa significasse amare e prendersi cura di una creatura vivente del Signore. Seicentoquaranta pesci dopo, l’unica cosa che ho imparato è che tutto quello che ami morirà.”
Love Hina
by Elly on Feb.20, 2007, under Chiacchiere da Bar
di Ken Akamatsu
Sia lodato Akamatsu
Keitaro Urashima è un ventenne occhialuto e sfigato che da tre anni tenta, senza successo, l’ingresso alla prestigiosa università Todai. La sua vita cambia radicalmente quando nonna Hina lo mette a dirigere la pensione Hinata in qualità di amministratore… senza curarsi del fatto che l’Hinata è un dormitorio femminile.
Se un giorno dovessi incontrare Ken Akamatsu, lo abbraccerei. Il suo fumetto è così fresco e divertente che mette di buonumore anche alla centesima rilettura. E’ vero che si basa su temi e situazioni un po’ cliché (uomo goffo - donne nude - calci nel sedere), e che troppo spesso indulge su fan service non proprio necessari ai fini della storia, ma nel complesso “Love Hina” è una ventata d’aria buona, un’opera senza chissà quali pretese e piena di un umorismo irresistibile. Le gag di Mutsumi Otohime, per esempio, sono da applauso incondizionato.
Per gli studenti, poi, leggere le sventure universitarie di Keitaro e Naru restituisce il buonumore anche dopo una estenuante giornata di studio.
Da “Love Hina” è stato tratto anche un anime non troppo riuscito (io vi consiglio il manga, che è mille volte meglio).
La citazione:
“Sai dov’è il tuo appartamento?”
“Ho qui una mappa…”
“La mappa del Giappone è troppo vaga!! Non ne hai una più specifica?”
“Ho un atlante del mondo…”
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