Dark water
by Elly on Dic.24, 2006, under Chiacchiere da Bar
di Walter Salles
Una manovra un tantino inutile
Jennifer Connelly, fresca di divorzio, si trasferisce con la figlioletta in un appartamento putrido allocato in un fatiscente palazzo di periferia. Mentre da un lato combatte a suon di avvocati con l’ex marito, che vuole strapparle l’affidamento della bambina, dall’altro deve vedersela con delle infiltrazioni d’acqua nera nel soffitto che sembrano avere un’origine soprannaturale - e con la figlia che vaneggia su una inquietante amichetta invisibile.
Remake made in USA del dignitoso horror di Hideo Nakata (”Ringu”, “The Ring 2″), questa nuova versione di “Dark Water” si tradisce fin dalle prime scene come una manovra essenzialmente inutile, un po’ come fu qualche anno fa “The Grudge” di Takashi Shimizu (remake di “Ju-On”, diretto oltretutto dallo stesso regista). Perché prendere un film e farne una copia? Perchè gli horror giapponesi sono troppo lenti e sofisticati rispetto alle dinamiche narrative di genere a cui siamo abituati. Ok, ci possiamo stare. Se questo è il movente, però, la nuova versione dovrà essere stilisticamente diversa dalla prima, implementandola con quei determinati schemi che possano convincere anche lo spettatore occidentale. Un esempio perfetto è lo splendido - horrorificamente parlando - “The ring” di Verbinski.
Si dà però il caso che questo “Dark Water” americano riproponga papale papale i ritmi dell’originale, limitandosi a sostituire l’ambientazione (da un sobborgo di Tokyo a un sobborgo di Manhattan) e le facce protagoniste. Per il resto, la differenza è minima, anzi: la nuova versione ha tagliato via metà della tensione creata nel film di Nakata, riducendo a scenette superflue tutte quelle sequenze che rendevano il precedente un horror come si deve. O meglio, un horror e basta: nel “Dark Water” di Salles, infatti, si parla principalmente di bambini contesi e genitori in guerra, e ogni tanto c’è un fantasma che si ricorda di saltar fuori, far cagare sotto qualcuno e poi risparire nella sua melma.
Metafora sul tema dell’abbandono? Boh! So solo che se si cercava la strada dell’horror psicologico l’obiettivo è raggiunto solo in parte, e se si voleva fare paura pure. Tanto meglio, per una volta, vedersi la versione giapponese.
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