Spriggan
dic 09

di Ryoichi Ikegami e Sho Fumimura

Un po’ gentleman un po’ bestia

Akira Hojo, giovane e affascinante yakuza, si dà da fare per scalare la vetta e usurpare il trono dei suoi potenti rivali, coloro che controllano il lato oscuro del Giappone. Il coetaneo Chiaki Asami, invece, è un promettente uomo di potere che tenta di dar scacco ai vecchi politicanti per fare spazio alle nuove reclute. Cosa accomuna questi due personaggi in apparenza così diversi? Perché il loro impegno, seppure su due opposti fronti, sembra avere la stessa carica di determinazione?

“Sanctuary” è un’opera che si dovrebbe reggere su un equilibrio delicato. Da un lato abbiamo una trama drammatica e mediamente complessa, un’aperta critica a determinati aspetti della cultura e della politica giapponese, e una serie di avvenimenti – passati e presenti – che non si risparmiano alcuna crudezza. Dall’altra, invece, abbiamo una profonda e radicata burinaggine, una consistente anima cafona che permea gran parte del fumetto (e che trova la sua valvola di sfogo principale nel personaggio dello yakuza Tokai). Ora, posto che mantenere l’equilibrio tra due poli tanto opposti è orientativamente impossibile – e finirebbe comunque per penalizzare uno dei due aspetti, “Sanctuary” si è infine assestato su una continua oscillazione tra i due registri, conservando la possibilità di passare “da gentleman ad animale” ogniqualvolta è necessario.

Questa caratteristica di “Sanctuary”, se toglie una certa eleganza all’opera, ne fa però un’ottima candidata al ruolo di “cult”; da un lato possiamo goderci una storia come si deve, con i suoi risvolti drammatici e tutto il resto, mentre dall’altro possiamo respirare certa tipica tamarraggine che non scontenterà i più agguerriti e avvezzi mangofili. Le due anime di “Sanctuary”, del resto, sono perfettamente incarnate proprio dai due autori: da un lato il bravo Ryoichi Ikegami, dall’altro quel pazzo di Sho Fumimura alias Buronson, già “papà” – insieme a Tetsuo Hara – del re dei tamarri made in Japan, vale a dire Ken il Guerriero. E suppongo sia proprio lui il responsabile del sopra citato Tokai, un personaggio sul quale è impossibile non soffermarsi: ogni volta che arriva e dice la sua battuta all’estremo del porno-volgare-misogino, diciamocelo, è impossibile non rotolarsi sul pavimento in preda all’entusiasmo…

Tralasciando Tokai, però, è comunque fin troppo evidente un profondo maschilismo che caratterizza l’intera opera; quella filosofia di pensiero, per intenderci, secondo la quale a ogni donna – non importa quanto agguerrita e potente – si può far cambiare radicalmente idea su qualunque argomento semplicemente somministrandole una robusta dose di cazzo. E’ così che severe poliziotte anti-mafia diventano le fidanzatine degli yakuza, che politicanti ostinatissime passano dalla parte del nemico nell’arco di una notte, e che l’intero genere femminile, in sostanza, è ritratto come una minoranza in ascesa solo nei limiti della sua inferiorità rispetto ai maschi. Ecco, questo aspetto di “Sanctuary”, per quanto spesso divertente, a volte è un tantino irritante.

La citazione:

“…STO FACENDO LA GUERRA AGLI OCCIDENTALI!”

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